Hagazussa: incubo onirico fra stregoneria e superstizione.


Una delirante, misteriosa e tetra fiaba horror pregna di folklore austriaco ed ancestrali simbolismi che colpisce senza pietà dritta allo stomaco: così definirei il sorprendente esordio cinematografico di Lukas Feigelfeld, regista, fotografo, montatore e sceneggiatore viennese qua al suo debutto.
Questa semisconosciuta pellicola del 2017 disponibile su Prime Video è l’ennesima dimostrazione che per creare un prodotto valido, intrattenente, di carattere e di grande gusto non siano affatto necessari budget stratosferici, innumerevoli effetti speciali ed un casting stellare ma che, anzi, a fare la differenza siano soltanto una sceneggiatura brillante e ben scritta, un’idea solida alla base, un’identità propria ed una regia sapiente. Il lungometraggio, infatti, realizzato da Feigelfeld grazie ad un crowfunding e come prova finale per ottenere il diploma in cinema, ha carisma e personalità da vendere e, nonostante il tono autoriale con la quale parla allo spettatore durante tutta la sua durata, risulta fruibile ed interessante anche ad occhi meno cinefili.
Diretto, sceneggiato e co-prodotto da questo talentuoso regista in erba, “Hagazussa” ci parla di oscurità, di magia, di follia, di morte, di trasformazione e di antiche credenze con un magnetismo davvero raro, trasportandoci in un’atmosfera a metà fra “Valhalla Rising – Regno di Sangue” (2010) di Nicolas Winding Refn e “The VVitch” (2015) di Robert Eggers.

Siamo in Austria, alle pendici delle Alpi, e siamo nel XV secolo. La superstizione è pericolosa e mortale come la peste che, in quel periodo, miete migliaia di vittime indifese e la piccola Albrun, una bimba come tante, vive con sua madre e le loro caprette in questo minuscolo e rurale paesino di montagna. Le loro vite procedono tranquillamente fino a quando le due donne non vengono prese di mira da degli uomini del villaggio che, convinti di trovarsi davanti delle streghe, le minacciano di consegnarle alle fiamme. Come se ciò non bastasse, la madre di Albrun si ammala gravemente e la figlia, seppur ancora molto piccola, è costretta a prendersi cura di lei.
Tuttavia, rimarrà presto orfana.
Quindici anni dopo, Albrun è una giovane ragazza madre e, rimasta a vivere in quel paesino, continua a subire angherie e molestie dagli abitanti, ancora convinti che sia una strega. Una donna, però, le è solidale. Si tratta di Swinda, coetanea di Albrun, con la quale da subito nasce un ambiguo rapporto di amicizia che, inizialmente, è una boccata d’aria fresca per la nostra solitaria protagonista ma che poi, poco a poco, si rivelerà essere soltanto l’inizio di una diabolica e folle spirale di negatività, occultismo ed autodistruzione.
Il silenzio è la lingua con la quale “Hagazussa” si rivolge a chi si è avventurato nelle sue grinfie, un silenzio carico di suspance, enigmi ed inquietudine, nella quale la quasi totale assenza di dialoghi costituisce una grossa virtù ed un pregiato tratto distintivo che, grazie alla sua buona gestione, non risulta mai pesante, pomposo o noioso ma anzi, carica di significati e fascino l’esperienza audiovisiva. I dialoghi sono ridotti a poche e sintetiche frasi sporadiche, non servono ai fini della trama, questo film gioca con noi come il gatto fa col topo, riempiendoci di dubbi e teorie che non verranno mai né confermate né smentite perché il vero fulcro del discorso non è sapere la verità sulla vicenda, ma essere totalmente immersi in questa atmosfera alienante, onirica, tesa ed ostile, immedesimati il più possibile nella disorientata protagonista, interpretata ottimamente dall’espressiva e malinconica Aleksandra Cwen, sconosciuta attrice polacca.
Il sopracitato silenzio viene mitigato solo da suoni naturalistici e dalla tribale e mistica colonna sonora realizzata da MMMD, duo musicale greco che compone musiche basate su monolitici ed oscuri suoni che tanto richiamano situazioni tribali e rituali occulti, un mood a dir poco perfetto per il gusto e la texture di questa pellicola che, devo dire, mi ha colpita sotto veramente tanti punti. La regia è audace, spietata, teatrale, elegante, sprizza amore per il cinema da ogni sequenza e, senza indugi o perbenismi, si sofferma lungamente sui momenti più crudi e psicologicamente violenti, ma la classe e la raffinatezza con la quale lo fa, cari miei, sono assolutamente degne di nota; la fotografia è curatissima e molto artistica, anche qua la passione cinefila è sotto gli occhi di tutti e le immagini che ci regala sono memorabili, di grande impatto, impossibili da ignorare o lasciarsi alle spalle non appena i titoli di coda interrompono la visione, alcune di esse, infatti, permeano addosso come un brutto sogno terminato da poco.
Il cast è composto da visi ignoti ma tutti gli attori funzionano bene, la ricostruzione storica ed ambientale è ottima, la scelta di suddividere il film in capitoli è vincente, l’estetica cupa composta da colori scuri e bei contrasti calza a pennello ed il basso budget con la quale il film è stato realizzato non si percepisce mai, tutto è al suo posto e dove dovrebbe essere e la sensazione che si ha quando le immagini che ci riempiono gli occhi è quella di star guardando un film d’essai.

Non sono davvero riuscita a trovare un neo a questo lungometraggio ingiustamente ignorato, man mano che si apriva e srotolava davanti a me l’unica cosa che riuscivo a pensare era “wow”, la voglia di scoprirlo e consumarlo non calava mai e la curiosità di capire ciò che voleva comunicarmi aumentava gradualmente. Ecco perché vi consiglio di recuperarlo appena potete, perché è un prodotto in grado di stimolare la vostra mente oltre che i vostri occhi.

~Rebel Rabel

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