IL SAPORE DELLA CILIEGIA (1997) di Abbas Kiarostami

Quando si parla di Iran il cinema non è la prima cosa a cui si pensa, eppure è uno dei pochi mezzi che ci sono rimasti per conoscere la cultura e la vita del paese, in un’epoca in cui si sta sempre più chiudendo al resto del mondo. Kiarostami è probabilmente il miglior esempio di un regista che ha deciso di immortalare la realtà con la macchina da presa, e di diffonderla oltreconfine.

In quel periodo (’96-’97) Kiarostami era reduce dalla sua trilogia metacinematografica composta da “Dov’è la casa del mio amico?”, “E la vita continua” e “Sotto gli ulivi”, un’occasione per il regista di mostrare quanto la figura del cineasta in Iran sia quasi venerata (c’è una scena in “Sotto gli ulivi” in cui il protagonista regista parla a una folla di bambini del suo lavoro e sembra Gesù Cristo), e quanto il suo cinema cerchi il meno possibile di modificare la realtà del posto. Kiarostami non ha mai avuto paura di mostrare l’Iran come un paese demoralizzato da continuiproblemi naturali ed errori umani, in cui è rimasto pochissimo spazio per l’arte. Ne “Il sapore della ciliegia”, pur essendo indipendente dai lavori precedenti, porta avanti la sua filosofia, tenendo come sfondo costante deserti e macerie.

Non è quindi difficile per lo spettatore calarsi nello stato d’animo del signor Badi, il protagonista, un uomo di mezz’età sopraffato dalla depressione e che ha come obbiettivo trovare qualcuno disposto a seppellire il suo corpo una volta che si sarà tolto la vita.

Il film ha proprio in questo la sua forza: non esplicitare mai a parole cosa ha causato la depressione del protagonista, ma farlo capire attraverso le immagini.

Il signor Badī

Il tema centrale della filmografia di Kiarostami è la ricerca dell’aiuto reciproco. In tutti i suoi film il protagonista vuole raggiungere un obbiettivo raggiungibile solo grazie alla solidarietà di qualcun altro.

Ne “Dov’è la casa del mio amico?” il bambino non sa dove si trovi la casa, ma il desiderio di aiutare il suo compagno riportandogli il quaderno lo spinge a scappare comunque di casa. Per buona parte del film vaga senza una meta, e le sue richieste di aiuto vengono ignorate dai passanti. Fino a che, nell’istante che precede la rassegnazione, non trova un falegname che lo accompagna all’abitazione. Stessa cosa in “Sotto gli ulivi”: il protagonista è determinato a sposare la ragazza che ama, il problema è che quest’ultima, condizionata dall’odio della sua famiglia nei confronti del ragazzo, non vuole rivolgergli la parola. Anche qui egli necessita del contributo della ragazza per capire se è attratta o meno da lui, e fino al finale si ritrova solo nell’impresa.

Si potrebbe dire che il signor Badi agisca con più dignità. Egli cerca la collaborazione del prossimo non per aiutare a sua volta qualcuno ma per soddisfare un suo personale desiderio. Inoltre ha già provveduto a trovare il luogo della sua dipartita e ivi a scavare la fossa. Avendo già preparato tutto è ovvio che non cerca assolutamente qualcuno che gli faccia cambiare idea, bensì un uomo da lui pagato per donarsi una degna sepoltura.

Il secondo incontrato

L’ispirazione principale per questo film viene senza dubbio da “Il settimo sigillo”. Kiarostami ha preso l’opera di Bergman e la modernizzata togliendole ogni elemento mistico o religioso, e sostituendoli con la sua visione più materialista della morte e del suicidio.

Anzi, ogni riferimento a Dio in questo film è aspramente criticato. In seguito ad aver parlato con un giovane militare che semplicemente non si sentiva pronto a seppellire un suicida, il signor Badi incontra un operaio che cerca disperatamente di estirpare dalla sua mente il suicidio trovando come unica motivazione il fatto che andrebbe contro a quanto dice la Bibbia.Queste affermazioni non fanno che convincere Badi che la sua vita e le persone che lo circondano non hanno più nulla da offrirgli, oltre che a un nauseante moralismo.

Sarà invece l’ultimo incontro, con il signor Bagheri, anziano impiegato turco, ha fargli tornare la speranza. Quando quest’ultimo accetta perché dice di aver bisogno di soldi per comprare le medicine al figlio gravemente malato, Badi capisce che lui è l’unico con cui possa condividere in parte la sofferenza e lo sconforto che prova.

Bagheri non gli parla di Dio e della Bibbia, ma delle vere gioie della vita. Gli racconta che un tempo anche lui era convinto che la vita non aveva più senso viverla, finchè il sublime sapore di un gilso (la ciliegia del titolo) non gli ha fatto riscoprire i piaceri che la vita ancora offre nelle piccole cose.

Colpito da questa storia Badi decide di dare al vecchio almeno il beneficio del dubbio, e, sdraiatosi in quella che doveva essere la sua fossa, osserva il paesaggio all’imbrunire e, per la prima volta dopo diverso tempo, non presta attenzione alle macerie e alla desolazione del deserto, ma al magnifico sole che intanto sta tramontando.

Ancora una volta Kiarostami ci regala un finale aperto, in cui non sappiamo se Badi ci abbia ripensato o resti ancora convinto della sua idea, tutto quello di cui siamo certi è che quel tramonto è davvero bellissimo.

Copertina alternativa alquanto orrida

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