Orwell 1984: siate psicocriminali.


Un misterioso e minaccioso uomo attempato mostra quattro dita ad un altro uomo che, sotto tortura, lo osserva disperato. “Quante dita sono?” chiede granitico. “Non lo so” risponde l’altro dilaniato dal dolore. “Meglio”.
Non sempre due più due da quattro e Winston lo sta capendo sulla sua stessa pelle.
È il 1984 e le guerre atomiche hanno devastato il mondo, compresa Londra, che ora è soltanto un misero cumulo di macerie urbane, grigiore e solitudine. Winston Smith, un impiegato del Ministero della Verità, nel suo scuro cubicolo ridisegna e manipola la storia in base alle richieste dei suoi superiori, nullificando eroi di guerra colpevoli di essere considerati dei sovversivi ed eleggendo a vincitori, a simbolo, soldati scelti a caso fra i caduti, distorcendo e rielaborando i fatti in modo da far credere a tutti che il Grande Fratello, capo indiscusso di questo deumanizzante e soffocante regime filo sovietico, sia sempre e comunque giusto e generoso, un magnanimo padre padrone che agisce nell’interesse dei suoi figli.
Winston, come il resto della popolazione del superstato di Oceania, conduce una vita insapore e priva di qualsiasi stimolo, controllato h24 da microcamere sparse letteralmente ovunque che impediscono e dissuadono qualunque tipo di ribellione. Ciò che il Grande Fratello, però, non sa è che Winston ha trovato un piccolo spiraglio di luce, ossia un taccuino sulla quale segretamente annota i suoi pensieri e le sue paure, diventando così a tutti gli effetti uno psicocriminale. Scelta pericolosa, sì, ma fondamentale per sentirsi vivo ed ancora umano, in qualche modo libero.
Altra scelta pericolosa, molto pericolosa, è quella di innamorarsi di Julia, una ragazza dall’animo ribelle che inizia a frequentare di nascosto e con la quale la passione è incandescente. Essere scoperti vorrebbe dire finire sotto le grinfie della Polizia del Pensiero e del Ministero dell’Amore, oltre che macchiarsi di eterodossia, e in una società rigida e dittatoriale nella quale la conformità, la sottomissione, l’ignoranza e l’abolizione completa dei rapporti umani, famigliari e sessuali sono i più grandi dogmi non è di certo qualcosa da augurarsi. In questa dimensione opprimente, cupa ed angosciante, riusciranno Winston e Julia a non soccombere?
Amara fanta-fiaba britannica tratta fedelmente dal celeberrimo romanzo distopico “1984” di George Orwell, questa pellicola, diretta dal regista, sceneggiatore e produttore inglese Michael Radford, vede come protagonisti John Hurt, Richard Burton alla sua ultima apparizione cinematografica e Suzanna Hamilton.

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”, questo è il leitmotiv di tale poco noto lungometraggio del 1984 apparsomi nei suggerimenti di Prime Video. Distopia, solitudine, totale assenza di libertà, claustrofobia, squallore, nichilismo, ecco le colonne portanti che sorreggono l’intera visione, le sensazioni che ci accompagnano in un viaggio desolante ed alienante alla deriva dell’umanità.
La regia è solida, ferrea, algida e con apprezzabili sfacettature oniriche che, nella sua studiata e ben dosata lentezza, contribuiscono notevolmente a coinvolgere lo spettatore in un trip di malessere e malinconia che sa condurlo sui giusti binari, sintonizzandogli immediatamente l’umore con il mood del film, cosa non da poco e che permette un accesso per nulla complicato o ostico alla storia e alle varie dinamiche; la recitazione, basata principalmente su emozioni quasi impalbabili ed indecifrabili, visi tirati e spenti e sguardi vitrei e robotici, calza a pennello con l’atmosfera surreale e glaciale che sia il romanzo di Orwell che il prodotto in questione ci propongono, un’atmosfera plumbea e amorale qua resa alla perfezione a mio dire; le musiche sono minimali ma molto d’atmosfera, curata dal compositore britannico Dominic Muldowney e da uno dei gruppi musicali simbolo degli anni ’80, gli Eurythmics, la soundtrack risulta a dir poco perfetta con il suo gusto futuristico, drammatica al punto giusto ed estremamente orecchiabile, gli Eurythmics sono stati decisamente una scelta vincente, il loro tocco è inconfondibile. Un grande peccato che non sia reperibile su Spotify.
Per quanto riguarda la fotografia, le immagini sono godibili, particolari, intriganti pur nella loro semplicità; i dialoghi, invece, asciutti, spietati e molto interessanti, regalano piccole perle che difficilmente vi lasceranno indifferenti. Il messaggio della pellicola (e quindi del romanzo) è del tutto attuale e credo lo sarà sempre, è un inno alla libertà dell’individuo, al non sottostare a spietati dittatori e a dinamiche di regime che ci vogliono senza alcuna identità, schiavi e servitori privi di cultura di un unico capo che, forte della nostra paura e della nostra ignoranza, ci comanda come marionette. Oltre a ciò, tuttavia, la denuncia dei metodi e dei sotterfugi attuati dai potenti per dominare la popolazione e tenerla all’oscuro delle informazioni importanti è palese e sconcertante in alcuni punti, quasi come se il romanzo e la sceneggiatura fossero stati scritti ieri.
“La versione cinematografica del 1954 del romanzo di Orwell lo ha trasformato in un racconto di fantascienza ammonitore e semplicistico. Questa versione penetra molto più profondamente nel cuore dell’oscurità del romanzo” scrisse il famoso critico cinematografico e premio Pulitzer per la critica Roger Ebert ed io non potrei trovarmi più d’accordo di così.

Sebbene siano passati trentasei anni dall’uscita di questo film, il suo contenuto e la sua forma non risultano per nulla datati, la visione scorre infatti senza nessun problema, ed essendo facilmente reperibile su Prime Video vi consiglio di darci un’occhiata, le riflessioni ed il dibattito sono garantiti e il tempo volerà.

~Rebel Rabel

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