“Un Altro Giro” di Thomas Vinterberg

Il ritorno al cinema in sala, quello vero, quello che è mancato a tutti durante la seconda e la terza ondata, ha portato con sé molte pellicole dalla portata non poco interessante, ma più di quanto uno spettatore si sarebbe aspettato. A partire da fine aprile sono usciti, giusto per citarne qualcuno, The Father, Rifkin’s Festival, Crudelia, Nomadland, Corpus Christi, Un Altro Giro; altri sono attesi per i prossimi mesi, salvo sorprese legati alla pandemia.

Tra i film nominati, un’attenzione maggiore è legata a Un Altro Giro, diretto da Thomas Vinterberg, pellicola danese del 2020 fresca vincitrice agli Academy Awards del 2021 come miglior film straniero e candidata per la miglior regia. Doveva essere anche al Festival di Cannes dello scorso anno, ma a causa Covid-19 il festival non si è tenuta. Il motore della storia parte dalla teoria (reale) di uno psichiatra, Finn Skarderud, il quale afferma che l’essere umano nasce con un deficit di tasso alcolemico al di sotto dello 0,05% e incrementandolo si potrebbe migliorare la propria vita sia da punto di vista sociale che quello professionale. I protagonisti, quattro professori liceali di una scuola danese, sono nel mezzo del cammin di una vita scialba, noiosa, trascinata da un lavoro in cui non si sentono pienamente apprezzati dai loro studenti, nonché dalle rispettive mogli, soprattutto il protagonista Martin (Mads Mikkelsen), ormai lontano da quei tempi in cui si sentiva veramente vivo. Quest’ultimo sarà spinto dalla teoria dello psichiatra per confermarla oppure no, cercando dunque il tentativo per riscattare la sua vita ormai grigia, in cui gli studenti stessi minacciano di cacciarlo in vista dell’esame di storia. Vedendo che con Martin ha effettivamente funzionato, i suoi amici si uniranno a lui.

Un Altro Giro è un inno all’alcol? Inizialmente doveva trattarsi di una sorta di ritratto sulla cultura alcolica in Danimarca, dove “tutti si ubriacano”, come dice la moglie del protagonista ad un certo punto del film, però le carte in tavola sono cambiate nel momento in cui Ida, la figlia di Vinterberg, muore durante i primi giorni delle riprese. Come si sa, il regista la ricorderà nel discordo di ringraziamento una volta ricevuto L’Oscar, e lei stessa doveva interpretare la figlia di Martin. Tutto prende dunque una piega diversa, il film diventa completamente altro. Si tratta di una storia di riscatto, dove i personaggi principali affidano il proprio miglioramento alle bevande alcoliche nel tentativo di non essere più individui passivi, creandosi così delle nuove occasioni oppure la forza di risistemare quelle situazioni di cui sono insoddisfatti. Purtroppo, nel corso delle loro bevute “sperimentali” si supera quel limite del giusto mezzo, quell’ aureas mediocritas di oraziana memoria, che mette a repentaglio non solo le relazioni personali, ma anche se stessi.

Conclusa la visione del lungometraggio danese si ha la tentazione di non aver capito dove voglia andare a parare il regista. Non è vi è un messaggio chiaro, ognuno lo può interpretare come vuole, nonostante ci sia un esempio lampante verso l’ultima mezz’ora che evidenzia a quali conseguenze può arrivare una persona nell’esagerazione. Attraverso, dunque, una abilissima regia poggiata sulla camera a mano a mo’ di documentario, intensi primi piani e una leggera commistione tra comico e drammatico, Vinterberg non vuole sicuramente inneggiare al consumo di alcol, anzi, è esattamente il contrario. È un invito a non rimanere nel proprio dolore e continuare ad andare avanti, perché la vita è una e va vissuta il meglio possibile, con raziocinio e sobrietà. Un inno alla vita:”chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza”, come cita Lorenzo il Magnifico nella Canzona di Bacco.

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