Maléna: la condanna di essere donna.


In una Sicilia martoriata dai bombardamenti e nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, più di preciso in un immaginario paesino di nome Castelcutò, vive una ragazza.
Suo marito è partito per la guerra ed ora lei, incredibilmente bella e smagliante nei suoi 27 anni di pura mediterraneità, è sola, sola in un paesucolo che non la lascia camminare, respirare, parlare e decidere di nulla, neanche di se stessa e del suo corpo, sola in mezzo a costanti e continui sussurri, insulti, gossip a tempo perso e sguardi peccaminosi, viscidi, insistenti. Sola, spaventosamente sola.
“Eccola, quella buttanazza di Malèna, sicuro sta andando dal suo amante”, “Malèna posso scoparti?”, “Mamma mia guarda che culo!”, “Quasi quasi preferisco la mantenuta del barone, almeno lei fa le cose alla luce del sole”, “Ma cosa ci troveranno gli uomini”, questo è l’allucinante sottofondo che accompagna ogni singolo giorno ed ogni singolo passo di lei, la ragazza che è rimasta sola, colpevole soltanto di essere bella e di essere, appunto, sola. In questo contesto di pura ignoranza, misoginia ed ipersessualizzazione del corpo di donna, vive anche Renato Amoroso, un tredicenne scapestrato che si innamora follemente della bella e triste Malèna e che ne è totalmente ossessionato, al punto da spiarla quotidianamente anche quando lei è in casa sua a sognare il ritorno del suo amato, tutto arrampicato su un albero, assetato della sensualità naturale e spontanea della giovane.
Un giorno, l’odiosa routine di Castelcutò viene scossa, un annuncio si propaga veloce nel paesello ed arriva a tutte le orecchie, anche a quelle di Malèna. Suo marito è morto.
Lei è distrutta, ma in quell’angolo di sole e mare dimenticato da Dio neanche il lutto è sacro se la tua bellezza è sotto agli occhi di tutti.
Due nomination ai Premi Oscar, due ai Golden Globe e tre candidature ed una vittoria per la Migliore Fotografia ai David di Donatello per quest’amaro racconto italico firmato dal celebre regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e montatore siciliano Giuseppe Tornatore, che con trasognato gusto e spietato cinismo dirige un’ottima Monica Bellucci ed un’inedito Giuseppe Sulfaro.

Se si cerca questa pellicola del 2000 su Google, la si trova sotto la definizione di film drammatico, sentimentale, erotico e grottesco ed io davvero non riesco a capirne il perché, dato che gli unici generi cinematografici che lo possano definire, a mio dire, sono il drammatico ed il grottesco. Di sentimentale ed erotico, qua, non c’è davvero nulla.
Non basta qualche bella scena di nudo integrale della Bellucci per trasformare un violento trattato sulla violenza di genere, sulla cultura dello stupro e sul patriarcato in un film erotico e non basta assistere all’intera e terribile storia attraverso gli occhi di un ragazzetto in piena crisi ormonale e senza alcun tipo di rispetto, nonché preda della più folle delle ossessioni, per rendere un deprimente spaccato della peggiore delle Italie un film sentimentale.
Questa pellicola shoccante quanto sognante, triste quanto beffarda e satirica quanto amara mi ha lasciata davvero spiazzata, in principio i fulcri della vicenda sembravano essere le profonde ingiustizie e le molte e gravi umiliazioni che Maléna è costretta a subire senza proferire parola e quasi totalmente è stato così, ma ad un certo punto l’attenzione sembra spostarsi totalmente sul terribile clima sociale che i nostri personaggi vivono, sulla guerra e sulle sfrenate fantasie che Renato fa sull’ignara Maléna, da lui immaginata nuda e in pose sensuali anche quando piange suo marito defunto e quando è costretta a difendersi in tribunale in quanto presunta amante di un uomo sposato. La mia titubanza è legata principalmente al fatto che Tornatore, qua in veste sia di regista che di sceneggiatore, spesso e volentieri pare legittimare, romanticizzare e “ridicolizzare” i comportamenti discriminatori, spudorati e maschilisti attuati dal ragazzino su Maléna anziché condannarli, cosa che non mi aspettavo nel modo più assoluto, ma del resto anche se molto sensibile e ricco di classe il regista in questione è pur sempre un uomo, pretendere un’immedesimazione totale in una dimensione di vita così lontana da quella sperimentata dal sesso maschile è pressoché impossibile. Se non si ha mai vissuto in prima persona il cat calling, lo stupro, l’assenza di privacy, gli sguardi sporchi, i pregiudizi, i favori che nascondono palesemente intenzioni meschine e l’oggettivazione continua come si può capirne appieno i risvolti psicologici e quindi approfondirli?
Quindi sì, i miei dubbi principalmente risiedono in questo aspetto della pellicola, ma tanti altri lati sono molto apprezzabili, uno su tutti il voler tentare di trattare un argomento così delicato e profondo, ovviamente. Anche la fotografia, però, è veramente apprezzabile, curatissima e di grande impatto offre memorabili immagini che paiono quadri, complici anche i meravigliosi paesaggi, l’ottima ricostruzione storica e la suggestiva color palette, composta di sole nuance calde e bruciate, fra cui predomina un arancio pastello in contrasto ad un verde petrolio intenso. Gli attori sono tutti capaci ed all’altezza, talvolta crudeli e spesso macchiettistici; la regia è fluida e scorrevole, l’occhio di Tornatore è elegante, quasi favolistico e felliniano, ed abbinato al contenuto di questo film crea un contrasto interessante e molto particolare; la colonna sonora poi, firmata dal pluripremiato, celeberrimo e compianto Ennio Morricone, è semplicemente perfetta.

Maléna” mi divide, in parte lo apprezzo ed in parte no, tuttavia una visione la merita, se non altro per tutto ciò che di buono ha da offrire.

~Rebel Rabel

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