Miss Violence: dentro al teatro degli orrori.


Angeliki, volto teso e sguardo spento, posa meccanicamente per l’ultima foto della sua vita, ma lei quello ancora non lo sa. Non lo sa perché la decisione di salire sul balcone di casa, scavalcare la ringhiera ed infine saltare è puramente istintiva, immediata e senza alcuna premeditazione. Un accennato sorriso diretto proprio a noi spettatori e poi il vuoto.
Le candeline sopra la sua torta di compleanno si erano appena spente, quel giorno Angeliki compiva 11 anni.
La famiglia della bimba è distrutta, ma tutte le emozioni vengono duramente represse e nascoste, come se fossero scomode, pericolose o trascurabili. La routine giornaliera è ben più importante di un lutto, di un suicidio. Tuttavia la morte improvvisa di una minorenne allerta gli assistenti sociali, che pur non trovando nulla all’interno di quell’appartamento ossessivamente curato ed ordinato, avvertono che qualcosa non va, le dinamiche di quel nucleo familiare sono troppo misteriose, troppo ambigue, ma non possono neanche lontanamente immaginare cosa si annida fra quelle silenziose mura domestiche.
Il male non sempre si presenta col suo vero volto.
Presentato alla 70ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, vincitore del Leone d’Argento per la regia e della Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile, questo velenoso e penetrante dramma greco del 2013 scritto, sceneggiato, prodotto e diretto da Alexandro Avranas, poco noto regista e sceneggiatore ellenico, con i suoi lunghi silenzi e la sua spietata asciuttezza emotiva ci racconta una devastante storia vera che, lentamente e senza alcuna pietà, vi entrerà in circolo, lasciandovi totalmente svuotati.

Un pò Yorgos Lanthimos, interessante regista, sceneggiatore e produttore greco noto per film come “Dogtooth” (2009), “The Lobster” (2015) e “La Favorita” (2018), ed un pò Michael Haneke, regista, sceneggiatore e critico cinematografico austriaco famoso per il cult “Funny Games” (1997), con questa sua seconda ed amara pellicola Alexandro Avranas si rifà alle atmosfere surreali e profondamente alienanti di Lanthimos ed alla pacata violenza di Haneke, trasportandoci in una dimensione fatta di abusi e degrado che riesce sia a sorprendere che a turbare.
I personaggi che abitano questo crudele micro universo sono inumani, freddi e robotici, le normali interazioni di famiglia sono più che mai distaccate ed anafettive e gli sguardi di tutti i nostri protagonisti oscillano costantemente fra timore, tristezza e sottomissione, tutti tranne quello del “padre”, interpretato dallo sconosciuto ma capace attore greco Themis Panou, qua premiato con la Coppa Volpi. Lui è deciso, intransigente, dominante, il bizzarro ed ambiguo regno che si è costruito gli da certezze e stabilità, peccato che poggi le sue fondamenta nel più indicibile dei reati; Panou riesce ad esprimere appieno la morbosità e l’inflessibilità di questo odioso personaggio, dando note di profonda inquietudine e viscidità alla sua interpretazione, che la rendono davvero appropriata e convincente. Anche il resto del cast lavora bene, una su tutti la succube e malinconica Eleni Roussinou, che con il suo sguardo parla molto di più che con le parole.
La regia è sobrissima, esasperatamente lenta e ferma, anzi, immobile, il che contruibisce notevolmente alla creazione del clima opprimente e soffocante che caratterizza la pellicola sin dall’inizio, un clima talmente pesante tanto è austero e formale che a tratti risulta quasi insostenibile, a mobilitare il tutto ci pensano, però, due piani sequenza ben posizionati e molto d’effetto. L’assenza della colonna sonora, la fotografia molto simmetrica e statica, che ricorda una sequenza di quadri in movimento, i dialoghi stringati e glaciali ed i rassicuranti colori pastello, poi, enfatizzano ancor più l’atmosfera malsana che Avranas ha pazientemente confezionato per noi, sotto questo punto di vista, infatti, il film è veramente impeccabile. Tuttavia, qualche piccolo neo c’è.
Alcuni punti sono forse eccessivamente lenti e questo, inizialmente, rende un pò faticosa l’immedesimazione nella storia, soprattutto se abbinato all’alienazione generale della messinscena, che non può che spiazzare. Di conseguenza, a mio dire, “Miss Violence” ci mette una buona mezz’oretta per arrivare allo spettatore, dopo la notevole scena iniziale c’è un piccolo calo di verve, ma quando la vicenda si snoda e ci svela i suoi segreti sarà difficile non rimanere esterrefatti.

Questo quasi sconosciuto film dal gusto decisamente non americano non è di certo per tutti, le tematiche trattate sono difficili da digerire e non lasciano indifferenti, ma per gli appassionati del cinema che sa osare è sicuramente una bella visione, consigliato a tutti i cinefili.

~Rebel Rabel

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