Away: un’ingiustizia firmata Netflix.


Raramente mi è capitato di vedere una serie e rimanerne colpita a tal punto da consigliarla a qualcuno. Con “Away“, però, è successo proprio questo.
Ambientato in un vicinissimo e realistico domani, questo prodotto Netflix del 2020 con protagonista la due volte premio Oscar Hilary Swank ci racconta l’appassionante epopea dell’astronauta statunitense Emma Green e del suo staff, alle prese con una complicata, avanguardistica e rischiosa missione della durata di ben tre anni con un’unica e folle destinazione: Marte.
Ognuno di questi astronauti ha qualcosa da perdere e le rinunce da fare per amore della scienza saranno davvero tante e difficili, ma l’obiettivo condiviso di approdare sul pianeta rosso farà superare loro anche i più spaventosi e pericolosi problemi, sia personali che di sopravvivenza. Sì, la trama è tanto semplice quanto efficace e sulla carta “Away” si presenta come una classica serie fanta-drammatica ma c’è qualcosa di più, il classico mix di storie umane, emozioni ed imprevisti mortali da superare qua ha un gusto diverso e ora vi spiego perché.

Siamo nel 2021 e tante dinamiche interpersonali sembrano quasi scontate, ovvie, ma nella verità dei fatti così non è.
Valutare una madre in quanto donna con sogni ed aspirazioni proprie che vanno aldilà della propria famiglia e dell’ambiente casalingo, essere un uomo affermato eppur saper stare al fianco di una moglie affermata e competente in egual modo senza volerla oscurare mai ma anzi, sostenendola incondizionatamente, rapportarsi con il prossimo tralasciando e rispettando totalmente la sua etnia, sostenere un amore omosessuale osteggiato da regimi oppressivi, non trattare le persone disabili come oggetti fragili in procinto di rompersi ma come normali persone, tutte tematiche calde e molto attuali affrontate con grande inclusività ed empatia da questa squisita ed intensa serie che, seppur a volte peccando di sentimentalismo, riesce ad introdurre importanti discorsi femministi ed antirazziali che sono un vero e proprio toccasana in questo periodo storico.
Il bello e profondamente costruttivo contenuto umano della serie però, non è il suo solo punto a favore, nonostante sia senza dubbio il suo fattore x. Regia, effetti speciali, fotografia e recitazione sono assolutamente cinematografici.
Il comparto estetico non ha davvero nulla da invidiare a film blasonati come “Gravity” (2013) di Alfonso Cuarón, gli effetti speciali, infatti, sono curatissimi e realistici e spesso offrono momenti talmente belli da essere sorprendenti, il team che ha curato la serie ha collaborato durante tutte le riprese con un gruppo di veri astronauti proprio per garantire più realismo possibile alle immagini; la fotografia è pulita, sobria e magnetica, un’ottima compagna per la regia sensibile, dinamica ed accattivante che ci accompagnerà dalla prima all’ultima puntata; gli attori poi, poliglotti e ben amalgamati, sono autentici, emozionanti e molto tridimensionali, le loro interpretazioni non sono indimenticabili ma funzionano alla perfezione, riuscendo anche a commuovere nei momenti giusti. La Swank, come sempre, è una garanzia.
Tuttavia, la serie è stata cancellata.
Nonostante sia subito balzata nella top ten degli show più visti su Netflix, dove ha trascorso diverse settimane, costi di produzione troppo elevati e varie incertezze dovute alla pandemia hanno avuto la meglio. Ma perché avviare un prodotto con un budget davvero importante, circa 6 milioni di dollari per episodi, se poi non si può garantire il suo svolgimento? Perché semplicemente non rimandare le riprese della seconda stagione invece che cancellare definitivamente la serie? Questi quesiti rimarranno insoluti, così come tutte le domande e le incognite di “Away” che, terminata dopo il suo decimo episodio, pare quasi mutilata, incompleta.

La mia domanda è la seguente: non sarebbe meglio avere a disposizione meno prodotti ma di qualità superiore che più prodotti di qualità mediocre? A quanto pare, però, Netflix la pensa diversamente.

~Rebel Rabel

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