HIS HOUSE (2020) Remi Weekes

Sicuramente il problema principale della maggior parte degli horror odierni è il loro continuo alienarsi dalla realtà, cercando di spaventare il pubblico con qualcosa che non lo tange minimamente (come demoni, case infestate e via discorrendo). Lo spettatore raramente si trova a confrontarsi con i problemi di una società che lo circonda, non riuscendo così a generare le vere paure. A meno che non s’imbatta in un piccolo capolavoro quale è “His House” (del regista esordiente Remi Weekes).

Bol e Rial sono una coppia di migranti rifugiata nel Regno Unito ai quali, dopo un periodo di tempo passato nel centro d’accoglienza, viene affidata la loro nuova casa: un appartamento sinistro, sporco e malridotto. Un ambiente talmente opprimente e disumano da far riaffiorare nella mente della coppia, tramite visioni e oscure presenze, ricordi e sensi di colpa inutilmente repressi.

Per com’è presentato ci si potrebbe aspettare il solito horror prevedibile che presenta le caratteristiche enunciate inizialmente ma, così come insegna il film stesso, non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze.

Weekes infatti si avvale di molte tecniche abusate negli ultimi anni, ma lo fa sapientemente, un esempio è l’uso del cosiddetto jumpscare; pochi ed efficaci portano lo spettatore a non abbassare mai la guardia, a sentirsi coinvolto nella vicenda e a voler sapere cosa si nasconde dietro le mura marce dell’edificio. Anche i demoni non sono mai fini a sé stessi, scatenano piuttosto una serie interminabile di orrori che vivono nella mente e nel passato dei protagonisti, e quindi assai più difficili da rimuovere.

Il film si basa su paure umane e reali, che possiamo temere pur non essendo nella situazione dei protagonisti.

Il senso di inappartenenza e inadeguatezza divide Bob e Rial; l’uno cerca di lasciarsi tutto alle spalle e cercare di integrarsi con la gente e le usanze del luogo, l’altra vuole invece confrontarsi con i propri sbagli.

Sono sensazioni che bucano lo schermo e che sono presenti dall’inizio alla fine grazie alla regia consapevole di Weekes. Da citare è la scena in cui Rial cammina per la prima volta nelle vie della cittadina; passaggi stretti, soffocanti e identici fra loro, che rendono il luogo un unico labirinto.

Un film che dimostra che a volte basta poco per prendere i drammi della nostra società e renderli degli horror.

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