“Bronson”, di Nicolas Winding Refn.

Tutti noi vogliamo diventare qualcuno, eccellere in qualcosa rispetto agli altri, è naturale essere competitivi con i propri avversari. Fin qua tutto normale, chiunque potrebbe pensare che per essere il numero uno bisogna metterci davvero tanto impegno, ma anche un pizzico di fortuna. C’è chi raggiunge la fama giocando a calcio, chi scrivendo opere indimenticabili, chi combattendo guerre, chi interpretando un ruolo iconico in un film e si potrebbero fare vari altri esempi di questo tipo. Questo implica che dalla massa fuoriesca un soggetto dalle qualità eccezionali, dotato dunque di un talento costruito col tempo o, addirittura, innato. Nel caso di Michael Gordon Peterson si può tranquillamente dichiarare che la sua specialità è farsi incarcerare per anni. Se si vuole essere più precisi, Charlie Salvador (o Charles Bronson, come l’omonimo attore de Il Giustiziere della Notte), è stato definito dalla stampa della Gran Bretagna come il “più violento prigioniero britannico vivente”. Una buona nomea, considerando che l’uomo in questione ha passato quasi tutta la sua vita in prigione, di cui trent’anni in isolamento per via del suo comportamento da mina vagante, continue risse con le guardie carcerarie e varie proteste.


Qui entra in campo Nicolas Winding Refn. Il regista danese, dopo aver girato la trilogia di Pusher, Bleeder (1999) e Fear X (2003), nel 2008 ritorna a dirigere dopo tre anni di pausa e lo fa con Bronson, biopic sul celeberrimo criminale. A interpretare il detenuto più pericoloso del Regno Unito si trova Tom Hardy, il quale, per immedesimarsi meglio nel personaggio, ha visitato lo stesso Bronson in prigione e quest’ultimo ha elogiato l’attore per la sua performance sopra le righe. Sempre grazie a questo, Hardy si fece notare da Christhoper Nolan, tant’è che lo si può ritrovare nelle missioni oniriche di Inception (2010), nei sotterranei di Gotham ne Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno (2012) e nei panni di un aviatore britannico nel war movie Dunkirk (2017).


Detto ciò, Bronson si mostra al pubblico italiano solamente nel 2011, dopo la vittoria al festival di Cannes di Refn per la miglior regia in Drive (2011), e non tarda ad essere acclamato dalla critica. Il film si apre con Charles Bronson che rompe la quarta parete e inizia a raccontare la propria vita attraverso uno spettacolo teatrale, dove egli stesso si esibisce. Partendo da questa premessa, è chiaro che N.W. Refn abbia voluto giocare sull’ambizione del protagonista di diventare famoso: lo vediamo dunque in alcuni spezzoni dove è in piedi su un palco, con un abbigliamento ricercato e truccato come un mimo, che espone la propria vita, come se fosse uno spettacolo. In queste sequenze teatrali si nota una delle caratteristiche, se non la più espressa per l’intera pellicola e la più pericolosa, del personaggio di Bronson: il repentino cambio di trucco nel corso della performance, un mezzo utilizzato dal regista danese come un’allegoria della stessa mente del pazzo criminale, come se fosse uno schizofrenico.

Oltretutto, questo viene notato anche nel cambio del registro stilistico delle varie sequenze del lungometraggio: si passa da scene comiche contornate dal gusto del grottesco, fino ad arrivare a scene colme di tensione. Questo riflesso della deviazione mentale di Bronson rapisce lo spettatore e lo trasporta attraverso una storia dove il sangue, la volgarità e il nudo (ebbene sì, Tom Hardy viene inquadrato due volte come mamma lo ha fatto), in un circolo vizioso rappresentato dal colore rosso e l’immagine di Charles Bronson rinchiuso in una cella. Ciò che Charlie voleva era solo diventare qualcuno e la prigione era l’unico luogo in cui poteva esserlo. Però, si sa, la violenza genera sempre altra violenza.

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