PEREZ. (recensione)

Il noir più plumbeo dell’asfalto che si fonde all’omertà

Le strade di Napoli sono sempre più nere, ma anche le toghe all’interno della procura cittadina non sono da meno. La solitudine di un avvocato, Demetrio Perez, (interpretato da Luca Zingaretti già reduce di vari ruoli riguardanti la legalità, tra i quali l’immancabile Montalbano), che cammina solo tra i marciapiedi cinerei e le luci fluorescenti di una grande città che vive, ma che, nel contempo non respira poiché asfissiata da un nodo alla cravatta troppo stretto anche per un colletto bianco. Un problema ben noto ormai a tutti quanti, in forza del quale la città partenopea, e l’Italia tutta, diviene ogni giorno più omertosa e succube: il crimine organizzato, l’elemento metropolitano che non paga mai, ma te la fa pagare sempre e comunque nonostante le trattative prese in partenza. Crea acquiescenze spietate e, davanti a ciò, l’onestà non trova barricate abbastanza resistenti da nessuna parte, ma solo enormi voragini. Così i confini tra luce e oscurità, o meglio, tra legalità e illegalità si dissolvono ed offuscano, diventando la zona grigia che appanna e ripiega il senso dell’onestà sul viso del protagonista. L’ unica folgore, per merito della quale il regista Edoardo De Angelis è riuscito a dare un tocco di colore in mezzo a tante sfumature bigie, è il crepuscolo arricchito dalla struggente colonna sonora di Riccardo Ceres. Tale elemento rende il panorama contestuale ancor più rosso e corposo, correlandosi facilmente all’unico avamposto di speranza accesa in mezzo all’omologazione del grigio. L’unica cosa che tiene in vita i protagonisti, in mezzo a tanto marciume, è l’amore. Ma questo amore rappresenta una croce per il protagonista, ovvero il sentimento che lega la figlia di Perez, Tea (interpretata dall’attrice Simona Tabasco, reduce di Fuoriclasse 2), ad un giovane pluripregiudicato tutto d’un pezzo, tale Francesco Corvino (interpretato dal giovanissimo Marco D’amore, reduce dal ruolo del criminale “U’Ciruzz” in Gomorra. Un giovane attore sicuramente dal talento istrionico specie sul piano teatrale, ma che riesce con fatica a scrollarsi di dosso l’archetipo del guappo o del camorrista in toto, visto che è già il terzo film per il quale gli viene affidato un ruolo di questo tipo).

Così la linea dell’orizzonte, definita grazie al fulgore crepuscolare, non taglia più il confine tra legalità e illegalità poiché diventa una linea d’ombra malgrado la quale ogni cosa confluisce nell’altra e l’inquina. In questa maniera, il contesto diventa una realtà dove la differenza dei due emisferi opposti si autodistrugge, diventando una cosa sola: corruzione. E la moralità si fa liquida, malleabile. Il senso dello Stato diventa solo una volgare interferenza nei confronti degli scopi che i diretti interessati devono portare a termine. Portando i personaggi allo stremo del proprio peso identitario, non appena il fine di ognuno è giustificato da qualsiasi mezzo.

L’opera, quando uscì, riscosse molto successo, arrivando persino ad ottenere durante le premiazioni nel 2015 quattro nomination per il nastro d’argento (Migliore attrice/attore giovane, miglior soggetto, miglior sonoro in presa diretta, miglior attore protagonista) di cui uno, il premio Guglielmo Biraghi consegnato a Simona Tabasco e tre nomination per il globo d’oro (fotografia, colonna sonora e miglior attore) di cui uno assegnato a Luca Zingaretti.

Un giallo/noir in chiave drammatica che va dritto al cuore, in cui favoreggiamenti e sfavori si equalizzano all’inverosimile. Un ritratto della realtà molto duro e borderline, tuttavia inquientantemente vicino alla nostra vita di tutti i giorni.

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