THE PUNISHER (recensione)

Nella ritorsione vi è solo il principio

Diretto dalla primissima, benché poderosa, regia di Jonathan Hensleigh (sceneggiatore di opere come Jumanji, Die Hard – Duri a morire, ArmageddonGiudizio finale) e prodotto dall’ineguagliabile creatore del fumetto omonimo Stan Lee, il film “The Punisher” tratta di vendetta. Fin qui è quasi scontato, ma il fulcro nodale dell’argomento è che non si tratta neanche per idea di una vendetta qualsiasi. Anzitutto poiché è spietata, in secondo luogo viene compiuta nei confronti della malsana delinquenza organizzata che attanaglia il sistema sociale, dentro cui tutti i giorni i criminali vivono, s’infiltrano, sprecano, sperperano e guadagnano. Ma soprattutto guadagnano, in particolar modo se si è parte integrante di una delle importanti famiglie del crimine organizzato. Nonostante a tutto, in base a ciò, il senso peculiare di questa vendetta, non appena è compiuta, qual è? In effetti, sul tema si apre uno spiraglio non indifferente. Ne sa qualcosa Frank Castle (interpretato dall’attore Thomas Jane, di Baltimora, e doppiato dalla voce profonda ed imponente di Francesco Prando), infiltrato attivo dell’FBI che scatena senza alcun freno la sua rivalsa sanguinaria sui nemici della legge, rendendosi autonomamente più feroce ed astuto dei boss stessi. Puro stile “Suntzu”.

Entrando meglio nel nocciolo, la storia narra di un poliziotto sopravvissuto ad un agguato in apparenza per miracolo, nel bene e nel male. Ma soprattutto nel male. Poiché la sua sopravvivenza gli porta ad avere squarci non solo addosso, ma più profondi viste le perdite irrecuperabili. Vista la primordiale posizione di infiltrato, subisce un regolamento di conti che non ha eguali. Finendo coi corpi esanimi e sanguinanti di ognuno dei suoi cari tra le mani.

La perdita di uno dei due figli gemelli, RobertBobbySaint, e John Saint (interpretati entrambi da James Carpinello e doppiati da Fabrizio Manfredi), appartenenti alla discendenza di un potente boss, Howard Saints che, diciamolo, di santo al di fuori del cognome non ha proprio alcunché (interpretato con spietatezza indicibile dal fenomenale John Travolta e doppiato da Angelo Nicotra), è avvenuta durante una complicata operazione di disarticolazione del traffico illegale, lasciando in Howard e a sua moglie un vuoto incolmabile.

Nell’immediato si assiste al completo sdegno per le autorità e nei confronti delle famiglie altrui, poiché seguendo il punto di vista ipocrita e fuorviante della moglie del boss, Livia Saints (interpretata dalla splendida e seducente Laura Harring e doppiata dalla voce suadente di Isabella Pasanisi), la perdita del proprio figlio è equanime allo sterminio dell’intera famiglia di Frank Castle, tra l’altro composta da persone realmente credenti. Le quali di fatto di santo qualcosa coltivano davvero. O meglio coltivavano, prima dell’inaspettato agguato dei sicari.

In più, quando la moglie del boss se ne approfitta a fare le vittima per poi tramutarsi in vipera, dando ordini inamovibili agli emissari sottoposti, a quel punto sono i veri duri che cominciano a giocare. E in genere gli assi nella manica utilizzati possono non piacere per forza, dato che inducono alla messa in atto di piani talmente machiavellici che lasciano la pietà religiosa a qualcun altro.

Sicché la strada della crudele rappresaglia anti-eroistica di Castle comincia ad ergersi con una tortura a testa in giù, grazie alla quale Frank riesce a trovare un valido collaboratore che opera internamente al clan.

Castle abilmente estrapola, da una deposizione ben poco convenzionale e, a tratti, ironica, i nomi dei diretti ricercati che vuole stanare, mefistofelicamente terminare e mandare all’inferno come meritano dopo il delirio che hanno creato. Soprattutto nella sua mente. Rischiando, nel corso del cammino, di farsi fuori da solo, emotivamente parlando, per mezzo degli amari ricordi che appaiono nei momenti di solitudine, nei quali rimane risucchiato. Ma quando non si ha più niente da perdere, si è disposti a tutto pur di vincere. Rimane l’unica posta in gioco possibile. Soprattutto se riguarda una radicale sconfitta della mafia portata a termine senza tanti giri di parole, ma con tanti scatti alla sicura.

In una pellicola di questo tipo, il concetto del Karma è nodale per certezza di causa: tutto ciò che fai, nel bene e nel male, ti ritorna sempre indietro. Soprattutto nel male. E’ questo uno dei significati che il regista, ha voluto trasmettere agli spettatori con un film così d’impatto. Seguendo un feedback personale postfilm, troviamo: “Ho dovuto pormi delle domande intellettuali del tipo: “fino a che punto commettere dei reati contro una persona diventa così inconcepibile, così odioso, che anche una persona che non crede nel vigilantismo può ricorrere al vigilantismo in un modo più giusto?”. Questa era l’equazione, secondo me. Ho detto alla Marvel che non volevo fare una storia di vendetta, ma la madre di tutte le storie sulla vendetta. […] Gli eventi che hanno dato origine al vigilantismo di Frank Castle non provengono dal fumetto. Ho inventato un mucchio di cose. L’ho reso molto peggio”. Di conseguenza questa peculiarità aggiunta dal regista vale anche per i regolamenti di conti imposti dal capoclan criminale ai suoi sicari. Pertanto questi ultimi muoiono ammazzati nei modi più disparati, gli imperi illeciti vengono rasi al suolo con efferata precisione dal fuoco più cruento, quello legato all’anima di Castle stesso, ovvero colui che ha dimenticato o messo da parte il significato di redenzione. Anche il teschio che Punisher ha nella maglia è molto evocativo in tal senso. Fa pensare ad Azrael, Mefistofele o comunque ad un angelo della morte incarnato nel protagonista per aiutarlo a raggiungere la posta in gioco: la testa di chi ha osato radere al suolo il suo equilibrio familiare/sentimentale.

Al di là dei regolamenti personali, i soldi sporchi e riciclati della cosca Saints spariscono come se nulla fosse o tornano nelle tasche dei contribuenti dalla finestra delle banche in cui erano depositati. Un aspetto che ricorda molto il modus operandi di Robin Hood. La fiaba che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperato che si avverasse, ma che, ahinoi, non è mai accaduta Punisher con la sua determinazione e rudezza la catalizza ed adempie in pieno. O quasi, perché pur sempre di un anti-eroe si tratta.

Ma tutto questo è solo il preambolo per l’efficacia di un lavoro sanguinario adempiuto coi fiocchi: scariche a pallettoni violentissime, bastonate potenti e inaspettate coltellate in pieno petto si abbattono terribili e letali, testimoniando i truculenti fatti sulle bacheche del necrologio.

Menzione d’onore alla colonna sonora, tanto gutturale, quanto struggente e melodica, curata da Carlo Siliotto, noto compositore romano di colonne sonore cinematografiche, vincitore persino di un Golden Globe qualche anno dopo, precisamente nel 2007, per la miglior colonna sonora originale. Artisti del calibro di Korn, Drowning Pool e Puddle of Mudd innestano nel corso delle scene tutta la carica del rock mettendo in risalto le tante sfaccettature della vendetta. Anche la parte più malinconica (grazie al featuring tra Amy Lee con i Seether nel brano “Broken“).

Ma questa non è vendetta, poiché essa è solo un sentimento”, sostiene Frank in un breve monologo narrato fuori campo “Questa è punizione”. Poiché nulla ridarà in cambio sua moglie e suo figlio. Il rancore fa rima con dolore, poiché lo amplifica. Specialmente nei confronti di una vita basata sulla morte, sulla punizione a tutti i costi, sul senso di rivalsa che attaglia e divora famelico da dentro se non lo si ubbidisce a dovere punto per punto. Una vita ormai bruciata su tutti gli aspetti, proprio come quella di Frank Castle. Un dittatore integralista dell’anticrimine, divenuto tale in nome del suo caro figlio mancato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...