THE ELEPHANT MAN (1980) David Lynch

Solitamente ritengo che il modo migliore per approcciarsi ad un regista sia guardare i suoi film in ordine cronologico, ma quando si parla di David Lynch la situazione si complica, dal momento che basta partire con il film ‘sbagliato’ e si rischia di perdere interesse nei suoi confronti per sempre.

Basato sulla drammatica vita del deforme John Merrick, “The Elephant Man” è il film più adatto per introdurre a piccole dosi la poetica surrealista del regista statunitense. Infatti è una pellicola piuttosto lineare che, nonostante la vicenda particolare che descrive, narra pur sempre di fatti realmente accaduti.

Un tema che accomuna tutte le opere di Lynch è sicuramente quello dell’apparire rispetto all’essere. In “Velluto Blu”, per esempio, si mostra una cittadina con un’immagine perfetta che nasconde il peggio della criminalità. Con “The Elephant Man”, nonostante sia un film un po’ fuori dagli schemi rispetto alla sua filmografia, Lynch non abbandona questa tematica, ma la ripropone diversamente. Questa volta è l’immagine, ovvero l’aspetto ripugnante da “uomo elefante”, a nascondere la splendida persona che Merrick è in realtà. Anche il periodo storico rimanda a questo tema; l’ottocento ha fatto sicuramente “buon viso a cattivo gioco”, con i suoi bei vestiti e le scoperte tecnologiche in contrasto con una forte chiusura mentale, la quale ha portato all’imperialismo o a situazioni come quella subita da John Merrick.

Ma non è questo l’unico aspetto fortemente lynchiano dell’opera. In particolare durante la scena in cui vediamo per la prima volta il personaggio tenuto prigioniero per essere crudelmente mostrato al pubblico, o quando egli viene costretto da Jim, il guardiano notturno dell’ospedale in cui Merrick è tenuto, a ballare con delle prostitute, si avverte quella sensazione di disagio come se fossimo in un brutto sogno, tipica del regista.

Rispetto al coinvolgimento dello spettatore, Lynch riesce in un’impresa quasi impossibile: farci immedesimare in un personaggio così lontano dalla nostra vita quotidiana. Questo perché, anziché farci impietosire per il protagonista, il regista punta sul farci inorridire di chi lo deride, sfrutta o insulta. In questo modo innanzitutto Merrick viene umanizzato ulteriormente, associandolo a qualcosa di più del semplice stereotipo di “vittima della società”, e inoltre Lynch ci fa riflettere su quanto siamo simili a questi discriminatori nel nostro modo inconsapevole di approcciarci a ciò che non capiamo (anche perché l’esposizione pubblica dei “fenomeni da baraccone” non è preistorica ma di meno di un secolo fa).

La scelta del bianco e nero è azzeccatissima. In “Eraserhead”, opera precedente di Lynch nonché suo primo lungometraggio,queste tonalità erano usate più per dare un senso di spaesamento che facesse uscire lo spettatore dalla comoda realtà per farlo entrare nell’inquietante incubo che è il film. 

In “The Elephant Man” penso che questa scelta possa rappresentare il mondo grigio e privo d’empatia dell’epoca, oppure anche la semplicità e umiltà d’animo del protagonista.

Un riconoscimento speciale va anche a Anthony Hopkins, che non poteva interpretare più umanamente il Dr. Treves, e a John Hurt, che solo attraverso lo sguardo è riuscito a trasmettere le gioie e le molteplici sofferenze di John Merrick.

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