TEKKEN – IL FILM (recensione)

Quando corporazioni e potere vanno prese a pugni a dovere.

Il giovane attore Jon Foo interpreta l’intrepido lottatore giapponese Jin Kazama, in quella che si dimostra essere la prima trasposizione omonima sul grande schermo del celebre gioco di combattimento action, il quale ha fatto divertire (e fa tutt’ora divertire), sin dai primi anni ’90, ben tre generazioni di giovani nerd.

Ma il film, secondo l’opinione dei fan più accaniti, non è stato affatto ritenuto all’altezza dell’epica saga per consolle, poiché non rispecchia affatto la trama originaria. I residuali “incassi” ricevuti al botteghino ne sono la prova inconfutabile. E, in conseguenza di ciò, il film è stato ritenuto un completo flop a livello mondiale. Da un lato questo è vero, palpabile in diverse scene (girate a cavallo tra Giappone e Stati Uniti), svoltesi all’interno del torneo IronFist, anche se le diatribe costruite sui tre personaggi principali (Jin, Kazuya ed Heihachi) sono le stesse.

Nonostante il numero di personaggi sia molto limitato rispetto al gioco in sé per se, la fisionomia dei pochi presenti (soprattutto per quanto riguardo Eddy Gordo e Raven) è molto simile;

In più, quello che tanti spettatori non comprendono è proprio la mancanza di tempo all’interno di un progetto cinematografico. Di conseguenza, per gli sceneggiatori (Michael Colleary, Allan Mc Elroy e Mike Werb) e il regista Dwight H.Littol, è sembrato più giusto concentrarsi anziché sul torneo Ironfist, molto di più sull’ interessante contesa interna intricata a doppio filo della famiglia Mishima. In forza della quale sono coinvolti Heihachi, interpretato da Cary-Hiroyuki Tagawa (doppiato da Saverio Moriones)

e Kazuya, il quale è interpretato da Ian Anthony Dale e doppiato dal tenebroso e truce Christian Iansante.

Rispettivamente parenti di sangue a piena insaputa di Jin, coinvolti nell’omicidio di sua madre Jun Kazama (interpretata da Tamlyn Tomita e doppiata da Roberta Pellini) . Ovvero Colei che per il protagonista non è solo la matriarca, ma un autentico mentore, specie per quel che riguarda la formazione sulle arti marziali; per questo i flashback che Jin vive durante i combattimenti per la conquista del titolo IronFist sono un puzzle di indizi indiscutibili ed interessanti, per quel che riguarda l’approfondimento e la backstory dei personaggi. Ma a lui del titolo, in fin dei conti se ne infischia: vuole a tutti i costi la testa di Heihachi su un vassoio come trofeo, per vendicarsi della perdita di sua madre.

E i risvolti della vicenda saranno ricchi di cospiqua suspense, grazie alla quale lo spettatore rimarrà magnetizzato dai colpi di scena.

Attraverso soprattutto al supporto di giovani presenze in piena luce di carriera, che si notano non soltanto sul set, ma si odono anche nel doppiaggio nostrano della lavorazione del progetto: Flavio Acquilone prevale sul sinc del protagonista Jon Foo e Domitilla D’Amico all’interpretazione di Kelly Overtong (che veste i panni della sensuale capoeirista Christie Monteiro), potenziale erede di Eddy Gordo…Almeno per quel che riguarda il background del personaggio nel prodotto video ludico. Nel film, vabbè…stendiamo un velo pietoso anche su questo, oltre la triste questione del botteghino. Nella pellicola tra i due personaggi, scorre un feeling particolare che trasmette l’equilibrio tra ironia, divertimento, passione per il combattimento e sentimento.

Jin dimostra l’affetto verso di lei soprattutto nella finale contro Bryan Fury, l’uomo cyborg, lo sperimento più devastante della corporazione Mishima; personaggio interpretato da Gary Daniels e doppiato da Enrico Di Troia.

Inseguimenti, ricatti, dure minacce con scontri all’ultimo sangue si mischiano in un cocktail d’azione in un panorama urban dark futuristico con tanto di coprifuoco notturno dettato dall’alto. Laddove la sfida ha inizio senza pietà, ignorando completamente qualsiasi possibile resa. Un film carnale, d’impatto, con una fotografia sporca capace di valorizzare la tensione, Il sudore e il sangue versato dai personaggi sul ring. Un’opera che, purtroppo, è stata pesantemente criticata dai meganerd appassionati dell’omonimo videogioco, e che tuttavia andrebbe, a distanza di diversi anni, rivalutato in pieno. Di certo non si tratta di un cult, ma ha comunque quel ritmo e quell’azione che sanno ben intrattenere lo spettatore. E questo basta e avanza per l’immedesimazione e la sospensione dell’incredulità.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. andreabianchi85 ha detto:

    se uno seguiva la trama più che un film d’azione saltava fuori una telenovelas…
    fa divertire e staccare la testa con buone botte!

    "Mi piace"

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