NON SI SEVIZIA UN PAPERINO (1972) Lucio Fulci

Ad Accettura, un paese sperduto della Basilicata in cui superstizione e diffidenza regnano sovrani, giungono Andrea Martelli, un giornalista in vacanza, e Patrizia, una donna di città che abita lì per disintossicarsi dalla droga. Il loro arrivo coincide con il ritrovamento dei cadaveri di tre ragazzini. All’indagine partecipano attivamente anche i due nuovi arrivati, i quali tentano di estrapolare più informazioni possibili dalle numerose figure ambigue che abitano in paese.


Già con la prima sequenza del film, nella quale ‘la maciara’, una presunta strega, dissotterra le ossa di un bambino, Fulci crea un’atmosfera di tensione, in un luogo in cui il pericolo è dietro l’angolo.

È a questo punto che vengono introdotti i tre ragazzi Tonino, Michele e Bruno, in maniera molto naturale e verosimile, sia nel loro modo di parlare sia nella rappresentazione delle loro curiosità sessuali.

È interessante l’uso della violenza in questo film: molto crudo e realistico. I ritrovamenti dei cadaveri sono improvvisi, inaspettati e a tratti disturbanti, aiutati dal montaggio o dalla musica. Per esempio c’è una scena di violenza accompagnata da un sottofondo di musica allegra e romantica, la quale anticipa una scelta registica molto usata in seguito da Tarantino.

Una volta partite le indagini, il film diventa ancora più piacevole da seguire; nulla è mai lasciato al caso e tutto quello che succede, anche se a volte un po’ assurdo, risulta comprensibile, contribuendo a coinvolgere lo spettatore nel trovare l’assassino.

Nonostante ciò, durante tutta la durata della pellicola ci si sente intimoriti; non dall’assassino, bensì dagli abitanti del villaggio, persone ottuse e violente, costantemente in cerca di un colpevole sul quale riversare tutto il loro odio. Soprattutto quando viene catturato il primo sospettato ed è costretto a passare tra una folla di gente che lo insulta e gli sputa addosso, la regia di Fulci si fa estremamente soffocante.

La maestria di Fulci, la bravura degli attori e la potenza della sceneggiatura raggiungono l’apice nelle scene finali, dove la tensione è alle stelle grazie a un colpo di scena reso alla perfezione.

SPOILER:

È impossibile dare un giudizio completo di quest’opera senza parlare esplicitamente del colpo di scena sopracitato: l’assassino è Don Alberto, un prete gestore dell’oratorio frequentato anche dai tre ragazzini uccisi. Il piano di Don Alberto era il seguente: una volta che l’attraente Patrizia è arrivata in paese, egli teme che il desiderio sessuale dei più giovani prenda il sopravvento, portandoli a peccare. Quindi vuole, una volta uccisi i tre ragazzi, fare altrettanto con i bambini che hanno raggiunto i sei anni d’età, per evitare che crescendo diventino peccatori anch’essi.

Se prima Fulci aveva attaccato la superstizione e la discriminazione, ora attacca direttamente la religione cristiana, accusandola di essere la responsabile del violento comportamento degli abitanti. Come se il cristianesimo volesse impedire ai giovani di crescere liberamente e di scoprire il mondo.

C’è una sola scena del film in cui, a mio avviso, la violenza è usata in modo eccessivo, ovvero quando il prete cade dal precipizio alla fine del film e si assiste ad una sua versione pupazzo che si frantuma la faccia sulle rocce. Ovviamente non intendo attaccare gli effetti speciali dell’epoca, ma realizzata così la scena risulta fuori luogo e guardandola al giorno d’oggi ridicolizza una scena di per sé drammatica e fondamentale del film, perché alternata con la voce fuori campo del prete stesso che espone le sue intenzioni.

Ma al di là di questa piccola critica è un film che consiglio di rivedere dopo la prima visione perché, anche sapendo da subito chi è il colpevole, il film non perde la sua potenza; anzi, le frecciatine di Fulci alla religione risultano ancora più evidenti e tutta l’opera assume un tono diverso, quasi provocatorio.

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