EQUILIBRIUM (Recensione)

                                                                      
                                       Dare emozioni, quando, dall'alto, impongono che non debbano nemmeno esistere. 

Certi premi Oscar, il pubblico li comprende senza porre troppe domande: è il caso del travolgente ed emblematico attore Christian Bale, interprete questa volta di un Clerics, ovvero un poliziotto rimasto vedovo di nome John Preston, un sorvegliante di prima classe del più alto rango di autorità (doppiato dal nastro d’argento del doppiaggio italiano Riccardo Rossi).

Preston è servitore di una società futuristica statica, in cui gli esseri umani sono privati delle loro emozioni, per mezzo di una droga anestetica: il prozium. Empatia e Amore vengono descritti come un cattivo e molesto passato, da dover dimenticare tassativamente. Altrimenti l’unico destino è quello di diventare impostori e criminali, semplicemente per essere andati oltre la razionalità della grigia realtà circostante.

Idea originale, per quanto manifesti nel film un piattume pericoloso, una dittatura di orwelliana memoria. “Quando non ci sono freni, non c’è controllo”.

Da questa imponente frase (interpretata dall’attore William Fitchner e doppiata dal grande Christian Iansante), John sembra non avere alternative, mentre i sentimenti fioriscono dentro di lui come rose dalle spine pungenti ed incandescenti. Un fuoco inestinguibile, o come da un vinile di Beethoven, piatto e nero come John, dal quale fuoriescono armoniche melodie che portano al rimpianto di una vita vissuta, priva di qualsiasi emotività. Ciò per colpa della massiccia ottusità proveniente dall’alto, sovraimposta a tutti i costi. Certamente pregna di principi fanatici attinenti ad uno stato teocratico d’avanguardia, nel quale la chiusura mentale sopprime e pretende il sopravvento su tutte le tipologie di sentimento ed espressione umana, guidando esse fino all’esecuzione.

Le uniche arti legali previste sono quelle marziali, con cui i figli vengono addestrati rigorosamente, oltre ad essere concitamente indottrinati dalle medesime parole trasmesse da uno schermo gigante tutto il santo giorno. I colpevoli di reato d’emozione, vengono rintanati nell’inferno. Di coseguenza, si tratta di una realtà priva di pellicole e creativi registi, nella quale l’unico esistente può essere solo K.Wimmer, colui che ufficialmente ha scritto e diretto l’operato del film in questione, enfatizzandone la distopia e la durezza dello scenario, fuse da un involucro ossimorico, composto da dilagante caos e ordine assolutistico. Ma la più dura delle battaglie non avviene per le strade, piuttosto nella mente di John;

poco a poco essa si risveglia e s’innamora perdutamente, intravendendo davanti a sé una nuova alba. Rinunciando alla sua credibilità di poliziotto per una donna dai capelli neri e vaporosi e gli occhi chiarissimi (interpretata dal premio Oscar e Golden Globe Emily Watson e doppiata da Eleonora de Angelis), vedova di uno dei suoi cari compagni d’armi. Così facendo secondo la propria opinione, John ritrova se stesso e la vita, di fronte ad un’edulcorata formazione adulta. Anche se per breve termine, visto che la suspence è dietro ogni angolo senza mezzi termini. Ciò lo spinge al doppio gioco, con l’obbiettivo finale del quasi completo sterminio dei Cleric, fino all’arrivo del Padre, fondatore di una società calpestatrice dei sogni sia singoli che collettivi. Dunque la trama insegna che non si può vivere ogni istante in maniera apatica, ma donando maggior amore possibile a tutti. Nonostante i mille disagi esistenziali che la vita comporta.

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