Primo Amore: il peso ed il suo peso.


«Sono un potenziale mostro ed è necessario che qualcuno mi fermi prima che involontariamente io ammazzi qualcuna» dice parlando di sé lo scrittore Marco Mariolini, autore del romanzo autobiografico “Il Cacciatore di Anoressiche” (1997) dove racconta senza peli sulla lingua il suo matrimonio andato in fumo, la ricerca di altre partner femminili e la grave parafilia che lo porta a desiderare sessualmente solo donne scheletriche e malate d’anoressia. Eppure, nonostante la sua aperta confessione, nulla impedì a Mariolini di ammazzare con ben 22 coltellate la sua fidanzata, Monica Calò, dopo una relazione malata e pericolosa (ben descritta nel romanzo) nella quale lei rivestiva il ruolo di marionetta per appagare gli istinti deviati di lui che, a partire dal cibo fino ad arrivare a qualsiasi altra decisione, la comandava e controllava in tutto e per tutto, sentendosi il “regista onnipotente della situazione”, come dichiarò lui stesso in seguito.
Proprio da questo scritto e da questa terrificante storia vera nasce la poco conosciuta quinta pellicola dell’amato Matteo Garrone, oggi noto a tutti per film come “Gomorra” (2008), “Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales” (2015), “Dogman” (2018) e “Pinocchio” (2019).

La storia è brutale e spaventosa quanto semplice.
Sonia, una giovane modella di nudo artistico e commessa di negozio, tramite un annuncio su una rivista conosce Vittorio, un piccolo imprenditore orafo vincentino. Sonia è solare, alla buona, simpatica, Vittorio è spigoloso, taciturno e disturbato, ma lei questo ancora non lo sa. Lui, infatti, è da lungo tempo in analisi a causa della sua perversa ed alienante ossessione verso le donne anoressiche, una complessa turba psicologica che, puntualmente, gli preclude qualsiasi tipo di relazione. O c’è la testa o c’è il corpo, dice all’analista.
Per Sonia non c’è nessuna eccezione, anche lei è troppo grassa per lui, i suoi 57 chili sono d’intralcio e qualcosa deve cambiare.
Vittorio, dopo una breve frequentazione, decide di andare a convivere con lei e, insieme alla nuova casa, arriva anche la proposta di iniziare una strettissima dieta priva di carboidrati e grassi. Sonia accetta mansueta entrambre le sue decisioni, l’unica cosa che vuole è renderlo felice ma questo tenero desiderio sarà anche il perfetto appiglio per Vittorio, le sue paranoie e la sua psiche compromessa.
L’incubo di Sonia ha, così, inizio.
Premiato al Festival internazionale del cinema di Berlino per la Miglior Colonna Sonora, realizzata dalla Banda Osiris e vincitrice di un David di Donatello, un Globo d’Oro, un Premio Flaiano ed un Nastro d’Argento, e candidato come Miglior Regista, Miglior Produttore, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Soggetto e Miglior Fotografia ai premi appena citati, questo semi sconosciuto trattato sulla violenza psicologica usa un abbondante dose di silenzi per introdurci all’interno di una relazione che somiglia di più ad un freddo rapporto carceriere-prigioniero che ad una dolce dinamica di coppia. Il cast è composto da volti non noti e gli stessi protagonisti, entrambi alle prime esperienze, sono ancora visibilmente nuovi all’ambiente cinematografico, la loro recitazione è fresca, naturale, a tratti piacevolmente incerta ma, tuttavia, efficace quanto basta; Vitaliano Trevisan, il nostro Vittorio, non solo recita ma co-sceneggia la pellicola insieme a Garrone e a Massimo Gaudioso, sceneggiatore, regista ed attore storico collaboratore del regista romano. La sceneggiatura segue quasi totalmente la storia e la struttura del romanzo e ne mette in risalto il lato opprimente ed umano, mostrandoci come facilmente ed ingenuamente si possa entrare a far parte di una storia abusante e quanto sia complesso capirlo dall’interno ed abbandonarla, in questo il film riesce molto bene. L’aria che si respira è passo dopo passo sempre più claustrofobica, inquietante e malsana ed anche i colori man mano si fanno più cupi ed ombrosi, la spirale che rapisce lo spettatore sembra non avere alcuna via d’uscita e la regia di Garrone, delicata, sensibile ed elegante, riesce a dare la giusta sfumatura alla vicenda, che psicologicamente rimane difficile da digerire, proprio come dev’essere. Anche l’ottima e pluripremiata colonna sonora è un elemento da non sottovalutare affatto, la sua raffinatezza e la sua sensibile intensità, infatti, sono caratteristiche perfette per questa tragedia misogina che non può che far riflettere.
Sì, il film in questione ha molti pregi, uno su tutti il voler trattare una tematica tanto importante quanto poco raccontata, ma senza dubbio non è uno dei prodotti migliori di Garrone. Il ritmo lento a volte lo era eccessivamente e penalizzava la drammaticità della situazione, che solo verso la fine esplode nella sua brutalità, le interpretazioni a volte mancavano di carisma e potenza e tante soluzioni di fotografia, come scene sovraesposte o fuori fuoco, stonavano un pò con il gusto generale della pellicola, insomma, tante piccole cose che, messe insieme, mi hanno fatto un pò storcere il naso ma, con il senno di poi, ho realizzato che in questo come in tanti altri film il contenuto vale molto di più della forma.

Come può un uomo raccontare per filo e per segno gli abusi che conduce sulle donne, l’ex moglie che grazie a lui era arrivata a pesare 33 chili e la fidanzata deceduta, dichiarare pubblicamente la sua pericolosità e nonostante ciò rimanere libero ed impunito, al punto da arrivare ad uccidere? Semplice, è perché la vita delle donne non ha alcun tipo di valore nella nostra società e la vicenda in questione ce lo spiattella ben in faccia, togliendoci qualsiasi tipo di dubbio.
Primo Amore” è un film importante, non per la sua qualità cinematografica ma per il suo sacrosanto messaggio: la violenza sulle donne e la violenza in genere non è tale solo quando è visibile.
Una riflessione che, ogni giorno, dovremmo fare tutti.

~Rebel Rabel

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