Il Talento del Calabrone: una boccata d’aria fresca.


Una chiamata, il silenzio e poi poche parole pronunciate con decisione: “Io mi sto per suicidare”.
Nella redazione di Radio 105 cala il silenzio e Steph, il dj che conduce la trasmissione e manda in onda le canzoni richieste, alza lo sguardo spaventato, sorpreso. È uno scherzo? “Ognuno è responsabile per se stesso” dice infine il dj staccando l’inquietante chiamata. Improvvisamente, l’ultimo piano di un grattacielo vicino a quello della radio esplode ed è chiaro a tutti che non è uno scherzo e che il gioco è iniziato. “Ho la tua attenzione ora?”
Il Calabrone, così si fa chiamare l’uomo che minaccia di togliersi la vita, pretende l’attenzione di Steph e vuole una colonna sonora per quei suoi ultimi momenti di vita mentre, a bordo di una comunissima Fiat Panda, viaggia per le affollate vie di Milano con un pericoloso e fatale ordigno come unico compagno. Se salta in aria lui, saltano in aria tutti, innocenti compresi.
La posta in gioco è davvero alta ed è tutto nelle mani del giovane Steph, il cui compito sarà quello di dare visibilità al Calabrone e di assecondare tutte le sue richieste musicali fino a quando il perché di questa mortale partita a scacchi non verrà a galla e le carte non saranno scoperte, tutte, fino all’ultima.

Ecco, questo è il classico esempio cinematografico che mi fa dire che se questa fosse la media dei film italiani in uscita nei nostri cinema saremmo decisamente a cavallo, non perché di base sia un prodotto privo di pecche o un futuro cult, ma perché le sue intenzioni e la sua voglia di realizzare un qualcosa di nettamente diverso dalla media delle pellicole nostrane è davvero lodevole.
Giacomo Cimini, esordiente regista romano con alle spalle pochi cortometraggi ed un solo lungometraggio, accetta ed abbraccia il rischio di uscire dal seminato e ci presenta un thriller teso, creativo, brillante ed ispirato che, nonostante i suoi difetti, riesce ad intrattenerci senza alcun problema, raccontandoci una storia ingegnosa, imprevedibile e mai banale che si fa anche carico di sensibilizzare lo spettatore, portando un sempreverde ed importante messaggio sociale che non vi sto a raccontare per non fare spoiler.
La regia di Cimini è sobria ma adeguata ed energica, giovane, fresca, scorrevole, e ci porta all’interno delle scene con claustrofobica determinazione, incollandoci ai volti dei nostri protagonisti dall’inizio alla fine; i bellissimi colori neon, scuri e metropolitani sui toni del blu e del viola la fanno da padrone e strizzano l’occhio alle atmosfere fredde ed urbane di Refn, seppur in modo molto vago; l’elegante e curata fotografia è realizzata da Maurizio Calvesi, prolifico ed esperto direttore della fotografia romano candidato al David di Donatello per “Prendimi l’Anima” (2003) e “I Vicerè” (2008) di Roberto Faenza, “Mine Vaganti” (2010) di Ferzan Özpetek, “Non Essere Cattivo” (2016) di Claudio Caligari e “Le Confessioni” (2017) di Roberto Andò, la cui grande esperienza traspare dalle immagini che ci vengono proposte, il che è un valore aggiunto; la sceneggiatura invece, scritta a due mani da Giacomo Cimini e Lorenzo Collalti, è forse il punto più dolente, insieme alla caratterizzazione dei personaggi, in special modo quello di Anna Foglietta e Lorenzo Richelmy.
Se l’idea di base di per sé è veramente interessante, gustosa e coinvolgente, molte soluzioni trovate da Cimini e Collalti fanno un pò storcere il naso, togliendo lo spettatore dalla credibilità della vicenda che sì, risulta sempre abbastanza palusibile, ma sovente assume dei contorni fin troppo irrealistici e che richiedono una sospensione dell’incredulità eccessiva rispetto al tema della pellicola. Lo stesso vale per i personaggi della Foglietta e di Richelmy, le interpretazioni sono buone e godibili, tuttavia si poteva fare di meglio per preparare lei al ruolo di una tenente colonnello determinata, competente e col pugno di ferro e lui per quello di un dj profondamente sotto tensione; tuttavia Sergio Castellitto brilla fin dalle sue prime battute, intenso, credibile, carismatico, a tratti persin commovente. Davvero la punta di diamante di questa pellicola.

Insomma, perché guardare “Il Talento del Calabrone“? Perché in un panorama generale quanto meno stantio come quello italiano, composto per lo più da commediole da due soldi, dramma spicci e film d’amore triti e ritriti, questa come altre pellicole (fortunatamente!!) fanno lo sforzo di guardare oltre ed osare, confezionando prodotti con una propria identità e dei veri e propri intenti, che fanno passare in secondo piano anche i difettucci più ingenui, perché a volte le intenzioni, la passione l’inventiva hanno più peso ed importanza della perfezione.

~Rebel Rabel

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