E QUINDI? : tre bei film che non mi hanno lasciato nulla.


Il cinema è strano, a volte dei film mediocri o qualitativamente nella norma riescono a coinvolgerci e a donarci molto di più di pellicole maggiormente complesse, elaborate ed elevate e ci viene da domandarci il perché.
Ovviamente si entra nell’ambito del mero gusto personale, in questo caso il mio, ma sono sicura che ad ognuno di voi, almeno una volta nella vita, è capitato questo dilemma personale che vi ha portato a preferire un’anonima commedia tanto semplice quanto mainstream piuttosto che una sofisticata opera di british humor. Di certo i fattori che influiscono sul proprio giudizio e sulla propria esperienza sono tanti, tuttavia può capitare di fraintendere una pellicola o di trovarci dei difetti della quale, in qualche modo, si è gli unici testimoni, visto che i prodotti in questione sono tutto tranne che brutti e sciatti, ma questo non è affatto un problema, anzi, è proprio uno dei lati più divertenti ed interessanti della Settima Arte: la soggettività.
Ecco quindi tre film oggettivamente ottimi che però, ahimè, a fine visione mi hanno fatto esclamare “E quindi?”.

– “Audition” (1999) di Takashi Miike
Genere: horror, thriller

Premessa la mia stima verso il cinema giapponese ed asiatico ed ammessa anche la mia totale incompatibilità con il suo linguaggio, questo “Audion” ha veramente tanto da offrire a livello cinematografico.
Shigeharu Aoyama è un affascinante vedovo sulla cinquantina che, su consiglio di suo figlio che vorrebbe vederlo nuovamente sposato e felice, comincia la ricerca di una possibile compagna. Dopo un’iniziale esitazione, Aoyama contatta un suo amico, tale Yasuhisa Yoshigawa, che di mestiere fa il produttore cinematografico; i due infatti hanno in mente di iniziare un casting fittizio per un film inventato al solo fine di visionare giovani ed attraenti ragazze tra cui, forse, potrebbe nascondersi la futura nuova moglie di Aoyama. Tra tutte le aspiranti attrici una colpisce da subito il vedovo, si tratta della misteriosa e magnetica Asami, una ex ballerina che, in seguito ad un butto incidente, dovette abbandonare la fortunata carriera. Nonostante i dubbi di Yoshigawa, Aoyama decide che è proprio lei a dover ricevere le sue attenzioni, totalmente ignaro di ciò a cui sta andando incontro.
Considerata una delle migliori opere dell’apprezzato e conturbante regista giapponese, la pellicola in questione in ambito cinefilo e non è molto rinomata e ben recensita, ovviamente aggiungerei. La regia e la fotografia sono carismatiche, memorabili, curate ed austere, la recitazione tipicamente nipponica, pacata e composta, si sposa ottimamente con il mood inizialmente quasi passivo aggressivo e poi violento e spietato e la sceneggiatura, basata sul romanzo omonimo di Ryū Murakami, è davvero intrigante e particolare, mai banale. Vi starete quindi chiedendo il perché del mio parere non del tutto positivo.
Nonostante io abbia apprezzato la manifattura di questo film, il ritmo eccessivamente lento e contemplativo, che in un primo momento mi aveva molto incuriosita, non mi ha fatto immedesimare appieno nella situazione, impedendomi di empatizzare con i personaggi che, a mio modesto parere, sono decisamente privi di qualsiasi tridimensionalità. Inoltre il finale slasher e pulp tanto chiacchierato non è poi così sconvolgente ed eccessivo come, invece, mi sarei aspettata, di conseguenza il twist splatter non mi ha particolarmente stupita o turbata; a fine visione il senso ed il perché dell’intera pellicola mi sono totalmente sfuggiti, privandomi del piacere psicologico dell’intera visione e lasciandomi a bocca asciutta.
«Durante le riprese, la violenza significa amore e armonia. La cosa curiosa è che più l’amore è grande, più aumenta la violenza. Ultimamente ho il dubbio che proprio dall’amore nasca la violenza. In altre parole, sono la stessa cosa» così Miike commenta (decisamente discutibilmente) il suo operato, tuttavia questo controverso messaggio non mi è arrivato, neanche in parte.


– “Carnage” (2011) di Roman Polański
Genere: commedia, drammatico

Due bambini litigano ed uno colpisce l’altro con un bastone, questo è il motivo dell’incontro tra i coniugi Longstreet, i genitori del bambino aggedito, e Cowan, il cui figlio è l’aggressore. Siamo a Brooklyn e le due agiate coppie decidono di affrontare il gigantesco elefante nella stanza con garbo e cordialità, così una volta tutti riuniti nell’altolocato appartamento dei Longstreet iniziano a dialogare, ma i toni civili e composti tenuti all’inizio sono destinati a dissolversi ben presto in una caustica e velenosa spirale di acidità, amarezza e disillusione.
Per tanti anni questa irriverente commedia diretta e co-sceneggiata dall’ambiguo e discusso Roman Polański figurava nella mia lista dei film da vedere, tuttavia una volta recuperato la visione mi si rivelò molto diversa da come la immaginavo. Se sul piano oggettivo e concreto questa pellicola centra perfettamente il punto grazie alla regia briosa e dinamica, mai noiosa, alla sceneggiatura brillante e godibile ed alle perfette interpretazioni dell’acclamato cast stellare, composto da Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly, sul piano umano riesce ben poco, a mio gusto. Le grasse risate che mi aspettavo a causa delle situazioni surreali e sopra le righe non sono arrivate, nonostante i dialoghi siano ritmati ed accattivanti, ed il finale inconcludente e quasi buttato giù alla bene e meglio non è riuscito a donarmi un senso di completezza, lasciandomi ai titoli di coda con un sonoro pugno di mosche, sensazione che, personalmente, non apprezzo molto. Intendiamoci, non ho necessità di grandi spiegoni o maraline spicce, tuttavia l’apparente mancanza di una vera e propria raison d’être influenzò notevolmente il mio giudizio a riguardo; c’è da dire che non conosco affatto l’opera teatrale dalla quale la pellicola è tratta, ossia “Il Dio del Massacro” della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza, qua anche co-sceneggiatrice, quindi su questo punto e sulle intenzioni generali dell’opera non mi esprimo affatto, ma ad ogni modo avrei decisamente preferito una sorta di conclusione.


“L’Inganno” (2017) di Sofia Coppola
Genere: drammatico, thriller

Se siete in cerca di un film estericamente mozzafiato, “L’Inganno” fa decisamente al caso vostro, la parola d’ordine di questo dramma storico è, infatti, “fotografia”.
Siamo nel 1864, in Virginia, e Martha Farnsworth gestisce un collegio femminile quasi interamente abbandonato a causa della Guerra di Secessione che, dal 1861, scuote l’America. Le uniche abitanti del collegio sono la direttrice, la maestra Edwina Morrow e cinque studentesse.
Un giorno la piccola Amy, una delle cinque allieve, si imbatte nel caporale nordista John McBurney che, gravemente ferito ad una gamba, giace nel bosco; la bambina conduce, così, l’uomo al collegio, dove Martha ed Edwina si adoperano per fornirgli le prime cure, nonostante una giustificata diffidenza ed incertezza iniziale. Man mano che i giorni passano, però, i muri si abbattono e John riesce ad entrare nelle grazie di Martha, di Edwina, a cui dichiara il suo amore, e di Alicia, l’adolescente allieva alle sue prime esperienze amorose e sessuali. Tuttavia lo strano equilibrio che si è andato a creare svanisce quando Martha trova John a letto con Alicia.
Il grande pregio di questa pellicola, che ad oggi rimane a livello estetico una delle più belle che io abbia visto, è come già anticipavo qualche riga più su la fotografia. Curata dal direttore della fotofrafia francese Philippe Le Sourd, che possiamo ammirare in “Un’Ottima Annata – A Good Year” (2006) di Ridley Scott, “Sette Anime” (2008) di Gabriele Muccino e molti altri film, ci offre una vasta gamma d’immagini raffinate, ammalianti ed elegantemente seducenti che, come dei quadri antichi, catturano lo sguardo dello spettatore già dai primi frame, complice anche la color palette soft e pastello, molto azzeccata. La recitazione del talentuoso e noto cast, le cui punte di diamante sono Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Colin Farrell ed Elle Fanning, è coinvolgente e molto godibile, seppur algida, la storia di per se è molto intrigante e la regia, premiata al Festival di Cannes, è pacata e lenta, a tratti quasi fiabesca. Sulla carta il film si presenta davvero bene, tuttavia personalmente qualcosa nella sceneggiatura non mi soddisfò e credo che quel qualcosa sia il motivo della vicenda stessa, che sembra iniziare e finire così, senza grande contenuto o significato.
Anche in questo caso non ho reperito il romanzo dalla quale è stato tratto questo film diretto, sceneggiato e co-prodotto da Sofia Coppola, ossia “A Painted Devil” (1966) di Thomas P. Cullinan, ma ad ogni modo mi sento di dire che spesso e volentieri ci si ritrova a porsi il fatidico “E quindi?”, soprattutto nella parte finale della pellicola, che si risolve in un modo tanto semplice quanto sconclusionato, quasi fine a se stesso.

I tre titoli della quale oggi vi ho parlato non hanno nulla che non va, ci tengo a precisarlo, tuttavia il gusto molto poco soddisfacente che mi hanno lasciato in bocca a fine visione mi piacque poco, a tal punto che, se qualcuno mi chiedesse qualche consiglio cinematografico, non suggerirei le pellicole in questione. Delle volte l’esperienza ed il gusto personale ci fanno talmente tanto da filtro che neanche l’oggettiva qualità del prodotto che abbiamo davanti lo salva dalla nostra insoddisfazione, il che fa davvero parte della magia del Cinema e ci ricorda che ogni film è diverso negli occhi di chi lo guarda.

~Rebel Rabel

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Austin Dove ha detto:

    boh, per carnage la mia interpretazione era che sebbene le due coppie si stessero scannando, il problema era già risolto sul nascere e quindi era iperprottetività dei genitori

    "Mi piace"

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