Monos: la Colombia e la sua gioventù bruciata.


«In “Monos” la gioventù funge da metafora per la Colombia come nazione: è un paese giovane, ancora alla ricerca della sua identità, e il sogno di pace è fragile, incerto e ricorrente. L’adolescenza è una fase della vita in cui siamo stretti tra il desiderio di essere in compagnia e, altrettanto disperatamente, il desiderio di essere soli. “Monos” cerca di evocare quest’angoscia e conflitto interiore piuttosto che creare nel pubblico emozioni quali pietà o indignazione descrivendo ciò che potrebbe essere percepito come un conflitto straniero» così definisce la sua terza pellicola il regista, produttore, sceneggiatore e giornalista colombiano-ecuadoriano Alejandro Landes.
Monos – Un Gioco Per Ragazzi“, un film drammatico e d’azione del 2019 co-prodotto da ben dieci nazioni ed ideato, diretto, co-sceneggiato e co-prodotto dallo stesso Landes, ci racconta una storia atipica sull’adolescenza, sulla guerra, sull’amore e sull’America Latina in genere che però, nonostante l’estrema cura estetica e le ottime intenzioni, a parer mio non arriva fin dove vorrebbe arrivare. Ora mi spiego meglio.

La trama è di per sé semplice: sei ragazzi e due ragazze vivono in totale solitudine sulla cima di una remota montagna colombiana e con loro c’è una prigioniera americana, soprannominata Dottoressa. Gli otto adolescenti, però, non sono un semplice gruppo di amici, ma sono bensì i Monos, una cellula di una poco chiara Organizzazione locale a sfondo militare che, tra un’esercitazione e l’altra, ha il compito di sorvegliare la suddetta prigioniera. Quando per sbaglio la mucca affidata ai Monos viene uccisa da uno di loro, la situazione apparentemente “sotto controllo” precipita ed il capo della cellula si suicida, lasciando il gruppo in balia di se stesso.
La regia di Landes ci parla con un tono autoriale e volutamente lento, il che non è un problema in questo tipo di cinema d’essai, tuttavia l’eccessiva pacatezza presente nello sguardo del regista e nella stessa fotografia svuota di dinamicità l’intera vicenda, appiattendola notevolmente a livello emozionale e quasi privandola delle importanti riflessioni che si pone di proporre. Forse la scarsa incisività delle situazioni è legata anche ad una sceneggiatura scarna e debole, però di certo la regia non risolleva le sorti della pellicola, nonostante sia oggettivamente impeccabile e particolare, di carattere. Inizialmente, infatti, lo stile di Landes è ipnotico e misterioso ed incuriosisce molto lo spettatore, che vuole sapere e scoprire, ma a lungo andare risulta piuttosto soporifero, arrivando anche a far perdere l’attenzione di chi sta guardando, in quanto pare che il film non ingrani mai davvero.
La sopracitata fotografia, comunque, è veramente d’effetto e ci offre immagini carismatiche, particolari e curate, eleganti nella loro spietata ruralità; il comparto estetico è, invero, il più grande pregio di questa pellicola.
Il cast, composto per la maggior parte da attori sconosciuti, vede però anche Julianne Nicholson, nota per aver recitato ne “I Segreti di Osage County” (2013) di John Wells e “Black Mass – L’Ultimo Gangster” (2015) di Scott Cooper, e Moisés Arias, conosciuto principalmente per le serie tv “Zack e Cody Al Grand Hotel” e “Hannah Montana“. Più di ottocento giovani in tutta la Colombia sono stati visionati per i ruoli principali e dai venti ai trenta ragazzi sono stati scelti per partecipare ad un campo di una settimana in montagna, dove hanno ricevuto lezioni di recitazione dall’attrice argentina Inés Efron, in Italia nota per il ruolo da protagonista in “XXY” (2007) di Lucía Puenzo, ed un addestramento militare da Wilson Salazar, che nel film interpreta il Messagger. Salazar fu un soldato delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo dagli 11 ai 24 anni, e Landes lo incontrò in uno dei programmi di reinserimento che visitò durante il processo di documentazione di “Monos“. Landes assunse Salazar come consulente prim’ancora di ingaggiarlo nel cast. La recitazione è naturale e fluida, nulla di particolarmente degno di nota, così come la colonna sonora che, poco presente ma ben realizzata, non si fa granché notare.
Insomma, questo è il classico esempio di come un film ben realizzato, curato e pieno di passione per la Settima Arte non sia per forza di cose un prodotto incisivo, appassionante e memorabile, nonostante sfoggi bei pregi e trovate interessanti.

La sensazione che rimane a fine visione è quella di non aver concluso nulla, il messaggio di fondo c’è ma rimane annacquato e la buona realizzazione della pellicola è innegabile ma non sufficiente a donare la giusta soddisfazione. Senza lode e senza infamia.

~Rebel Rabel

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