Il Signor Diavolo: tra occulto e bigottismo.


Un bambino, il suo migliore amico, un omicidio ed il demonio in persona.
Siamo a Roma ed è il lontano 1952 quando Furio Momenté, un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, viene incaricato di seguire un’indagine tanto delicata quanto sorprendente in quel di Venezia: il quattordicenne Carlo Mongiorgi ha ucciso con un colpo di fionda il coetaneo Emilio Vestri Musy sostenendo che egli fosse proprio il diavolo.
Furio, accompagnato dalle sue innumerevoli carte, in incognito e per conto del partito di Democrazia Cristiana, profondamente scosso dalla matrice religiosa della violenta vicenda e timoroso delle ripercussioni che potrebbe avere ora che hanno perso il sostegno dell’illustre madre della vittima, si avvia così verso il luogo dell’accaduto, Lio Piccolo, un rurale insieme di isolotti della Laguna Veneta. Il viaggio di Furio, però, andrà molto oltre la semplice terra ed i nudi fatti e, ben presto, lo catapulterà nel folclore popolare più viscerale, nel fanatismo religioso, nelle dicerie più bieche e nei misteri di un posto in perenne bilico tra sacro e sacrilego, verità ed illusione.
Un ritorno all’horror del maestro Pupi Avati che, con questo thriller gotico e tenebroso del 2019 tratto dal suo omonimo romanzo, ci introduce ad una nuova “saga sul male”, come lui stesso ha dichiarato poco prima dell’uscita di questa pellicola. “La Casa Con Le Finestre Che Ridono” ed “Il Signor Diavolo” sono due film che si parlano, le atmosfere sono le stesse e sono quelle dei racconti contadini ed orrorifici della mia infanzia” dice Avati in un’intervista ed è proprio questo il gusto generale della pellicola: una fiaba spaventosa, campagnola ed oscura sull’oscurità e sulla superstizione.

Definito da Il Fatto Quotidiano come «un horror purissimo, serissimo e, quello che più conta, riuscito» e da Il Giornale come «un’opera raffinata d’ambientazione campestre e d’atmosfera gotica, in cui il terrore emerge da un’indagine sulla seduzione del male», la pellicola in questione senza dubbio è ricca di classe, cura, cinefilia e passione. La regia di Pupi Avati e la fotografia di Cesare Bastelli, storico collaboratore di Avati che già con lui aveva lavorato in “Magnificat” (1993), “L’Arcano Incantatore” (1996), “Il Nascondiglio” (2007) e molti altri film, sono raffinate ed austere, ammalianti, rigorose, ed offrono immagini dal vibe retrò che si sposano alla perfezione con le atmosfere da horror anni ’70 del film. La mano esperta e decisa del regista bolognese guida con carisma il nostro sguardo all’interno delle scene, proponendoci sempre punti di vista accattivanti e anticonvenzionali sugli avvenimenti e ponendoci proprio al centro della vicenda, rendendoci così a tutti gli effetti degli spettatori silenziosi e voyeuristici del dolore altrui; la fotografia, invece, sceglie come linea guida la sobrietà e la semplicità, puntando tutto sull’efficacia dell’immagine più che sulla sua complessità. La selezione colori, poi, in quest’opera è davvero fondamentale.
L’utilizzo esclusivo di nuance estremamente fredde sui toni dell’azzurro, del verdognolo e del grigio dona profondità, eleganza, misteriosità ed inquietudine alle altrimenti più scarne e blande sequenze, arricchite di personalità, realismo ed identità anche e soprattutto grazie ai suddetti colori.
Nonostante però la grande cura tecnica, estetica e di contenuti ed i suoi molti pregi, tra cui la scelta del casting e la perfetta l’assenza di colonna sonora, “Il Signor Diavolo” convince solo a metà. La storia in sé è veramente interessante e particolare ma il linguaggio con la quale Avati ce la racconta è fin troppo enigmatico e lacunoso, il che complica l’assimilazione dell’importante messaggio di critica sociale e religiosa che il film vuole trasmetterci, un vero peccato. La pellicola, inoltre, compie un vasto viaggio senza giungere a nessuna conclusione tangibile ma, rispetto a questo, Avati dichiara che sta già pensando ad un sequel chiarificatore, scelta che personalmente non apprezzo particolarmente. La sensazione che rimane a fine visione è il famoso “pugno di mosche”, si ha la consapevolezza di aver ben speso un’ora e mezza della propria vita ma altresì si comprende di aver visionato un prodotto in qualche modo poco incisivo e dimenticabile, seppur molto piacevole e riuscito a livello tecnico e visivo. Insomma, un’occasione in parte mancata.

Non mi sento di consigliarvi o sconsigliarvi il film in questione, nonostante io da buona cinefila sia grata ad Avati e a chi come lui continua a sostenere il cinema di genere e la tradizione cinematografica italiana, tuttavia se siete in vena di un thriller cupo e diverso dal solito questo potrebbe fare al caso vostro.

~Rebel Rabel

Un commento Aggiungi il tuo

  1. mammapunk ha detto:

    io l ho trovato assurdo… forse per apprezzarlo avrei dovuto guardarlo una seconda volta 🤔

    "Mi piace"

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