Climax: essere è una fuggevole illusione.


“Nascere è un’opportunità unica, morire è un’esperienza straordinaria.”

Parigi, Francia.
Un gruppo di giovani, attraenti e talentuosi ballerini di danza moderna e contemporanea si raduna in un teatro abbandonato per fare le prove di uno spettacolo. Il clima è festoso, disinibito ed allegro e la sangria scorre a fiumi ma c’è qualcosa che non va, qualcosa di strano è in atto e né Selva, la nostra protagonista, né gli altri possono fare nulla per evitarlo. Un potente ed inaspettato trip da LSD è in agguato come una pantera nel buio, l’unica cosa che rimane da fare è sperare per il meglio.
Gaspar Noé idea, sceneggia e dirige un “film francese e fiero di esserlo”, per citare la pellicola stessa, che ci porta all’interno del più spaventoso viaggio tossico possibile, narrandoci un’anticonvenzionale storia tratta da eventi realmente accaduti nella capitale francese del 1996 che non potrà che stupirci e destabilizzarci.

Climax, dall’antica parola greca “klímaks”, ossia “scala”, indica un processo in crescendo, ma anche il culmine stesso degli avvenimenti e questo film si incerta proprio su questo concetto. La trama è ridotta all’osso, basti pensare che la sceneggiatura era solo di cinque pagine, la missione dell’opera in questione è, infatti, quella di trasportarci all’interno delle sensazioni e del delirio dei personaggi che abitano questo terribile bad trip, raccontandoci con l’inconfondibile e visionario stile psichedelico di Noé le loro emozioni passo per passo e facendo scivolare anche noi in questa spirale senza ritorno di droga e perdizione.
E come fa “Climax” a far accadere questa magia? Con l’estremamente creativa e minimale regia e con l’ottimo utilizzo delle luci.
La macchina da presa si fa occhio e ci presenta lunghissimi ed ipnotici piano sequenza che, grazie alla loro grande fluidità, ci fanno sentire fin da subito e poi sempre di più spettatori (o voyeur?) silenziosi della situazione; spesso e volentieri ci troviamo a vorticare con il corpo di ballo e li pediniamo quando si spostano da una stanza all’altra, in preda anche noi dello stato di alterazione dei protagonisti osserviamo l’ambiente capovolgersi e le scene confondersi in quelle che sono ottime soluzioni registiche che riescono a rendere interessanti anche i momenti più banali. Ritmo, dinamismo, sfrontatezza e surrealismo non mancano mai ed amplificano alla perfezione il clima disperato, febbrile, sensuale ed artistico che permea l’intero film, senza dubbio la regia di Gaspar Noé è il maggior punto di forza di questa pellicola che, con uno stile più mainstream, sarebbe risultata abbastanza anonima. Noé sa sempre quanto e come osare e ce l’ha dimostrato più volte con i suoi precedenti “Enter The Void” (2009) e “Love” (2015).
Le luci sono la ciliegina sulla torta. L’arancio, il rosso, il verde, il blu ed il rosa la fanno da padrone riempiendo lo schermo ed impreziosendo notevolmente le immagini, contribuendo non poco a far immedesimare occhi e mente dello spettatore che non riuscirà a non sentirsi appesantito, angosciato e disturbato dalla catena di eventi che, man mano, porteranno al disastro. Davvero un’eccellente scelta estetica.
Altra peculiarità davvero particolare, insolita, accattivante e molto apprezzabile è quella del destrutturare quasi completamente la struttura classica dei film posizionando i titoli di coda ed il finale all’inizio della pellicola ed i titoli di testa dopo l’irresistibile presentazione dei personaggi e del mood generale, ben quarantacinque minuti dopo l’inizio del film; per non parlare delle profonde e filosofiche frasi che, di tanto in tanto, appaiono a tutto schermo, fornendo una linea guida a chi sta guardando, quasi un “manuale per l’uso” dell’opera, davvero geniale.
I dialoghi, d’altro canto, non conservano la stessa poeticità delle frasi sopracitate, anzi, la loro voluta volgarità a tratti è snervante ma la freschezza e la naturalezza con la quale i i neo attori li interpretano li ripulisce un minimo, rendendoli anche divertenti. Il cast del film, composto principalmente da ballerini professionisti senza nessuna esperienza recitativa eccetto Sofia Boutella, che abbiamo già visto in “Kingsman – Secret Service” (2014) e “Kingsman – Il Cerchio d’Oro” (2017) di Matthew Vaughn, ha letteralmente improvvisato quasi tutte le scene ed il risultato finale, considerato che per loro era la prima volta dietro la videocamera, è davvero soddisfacente e godibile, una vera ventata d’aria fresca.
Inosmma, il Premio Art Cinéma vinto nel 2018 al Festival di Cannes fu del tutto meritato, a mio dire.

Climax” è la brillante dimostrazione che per fare del buon Cinema non serve un budget smisurato o una grande produzione, servono soltanto idee, talento, personalità e passione. Con una singola location ed una manciata di attori non professionisti, Gaspar Noè colpisce nel segno e ci dona una piccola perla allucinogena difficile da scordare e che sa appagare molto di più di tanti blockbuster privi d’ispirazione.
Una pellicola cinefila da vedere almeno una volta nella vita.

~Rebel Rabel

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