L’uomo dietro l’artista: tre scandali hollywoodiani che vi sorprenderanno.


Si sa, Hollywood è sempre stata teatro di grandi scoop e scandali. Dalla dipendenza da sesso e i tradimenti dell’ex marito di Sandra Bullock, Jesse James, al tanto chiacchierato divorzio tra Jennifer Aniston e Brad Pitt, i paparazzi ed i giornalisti non hanno mai perso occasione per lavare pubblicamente e con poco tatto i panni sporchi delle celebrità, talvolta creando un frivolo putiferio anche laddove non era necessario. Tuttavia, tra mille malignità e tante futilità, troviamo anche notizie veramente serie e di grande importanza che riescono, addirittura, a far rivalutare la figura di personaggi prima di allora molto amati ed idolatrati.
La violenza domestica in casa DeppHeard, ad esempio, ha recentemente portato alla luce una condizione abbastanza rara quanto pericolosa e degna di attenzione, ossia la crudeltà e l’abuso perpetrati da alcune mogli ai mariti. Amber Heard, attrice e modella statunitense, è ormai nota per la sua condotta violenta e fuori controllo nei confronti di Johnny Depp e ad assodare questa verità c’è un audio registrato durante una loro terapia di coppia nella quale lei ammette di aver picchiato il divo, lanciandogli pentole, vasi, candele accese e quant’altro. Ma non solo, in questo spaventoso e terribile divorzio si parla anche di abuso di droghe e alcol da parte di Depp, di un dito di lui mozzato da lei, di dediche scritte con il sangue sullo specchio del bagno, di feci di lei nel letto matrimoniale come vendetta per un ritardo di lui al suo compleanno, di farmaci di Depp per disintossicarsi da sostanze stupefacenti nascosti dalla Heard solo per ripicca e di liti furibonde con tanto di lancio di armadietti. Insomma, un vero e proprio incubo ad occhi aperti che ci ricorda quanto la violenza sia universale e quanto la condizione di vittima non sia unicamente legata all’essere donna, nonostante la percentuale degli abusi domestici sulle donne sia esponenzialmente più alta e grave rispetto a quella sugli uomini.

Rimaniamo in tema abusi spostandoci, però, in quelli sessuali, punto focale di questo articolo.
Bill Cosby e Roman Polański, nel 2018, sono stati espulsi dalla Film Academy, l’organizzazione che si occupa tra le altre cose della celeberrima cerimonia di assegnazione dei Premi Oscar. La motivazione? Il non essere eticamente idonei.
L’Academy ha dichiarato che il poliedrico attore afroamericano celebre per “I Robinson“, la serie degli anni ’80 da lui ideata e prodotta, ed il regista polacco di “Rosemary’s Baby” (1968), “Il Pianista” (2002) e molte altre pellicole non sono ben accetti all’interno dell’importante organizzazione, aggiungendo che “Il board continua ad incoraggiare standard etici che sostengono i valori dell’Academy, che sono di rispetto della dignità umana”. Sempre nel 2018, Cosby fu riconosciuto colpevole in tribunale ed ora rischia fino a 30 anni di carcere, l’accusa è quella dello stupro di una donna drogata ed abusata nel 2004. Contro l’attore, però, pendono numerose altre denunce.
Un’indagine, invece, è al momento nelle mani della polizia svizzera e riguarda un’ulteriore violenza sessuale, sta volta compiuta da Polański nel 1975, nella città elvetica di Gstaad. La vittima, Valentine Monnier, un’attrice, modella e fotografa francese, all’epoca aveva 18 anni ed ora, dopo ben 44 anni dal tragico evento, ha deciso di rompere il silenzio, sebbene il reato sia ormai caduto in prescrizione. La donna sostiene di aver preso la decisione di rivelare l’abuso dopo l’uscita dell’ultimo film di Polański, “L’Ufficiale e la Spia” (2019), perché non sopportava che il regista si paragonasse ad Alfred Dreyfus, ebreo vittima del famoso affaire che scosse la politica francese e mostrò al mondo la piaga dell’antisemitismo crescente nella società francese del XIX secolo. I giornalisti del quotidiano francese Le Parisien hanno cercato e trovato conferme del racconto fornito dall’ex modella che ricostruisce così l’evento: “Non avevo alcun legame con lui, né personale né professionale, lo conoscevo appena. Fu di una violenza estrema, dopo una discesa con gli sci, nel suo chalet a Gstaad, in Svizzera, mi aggredì, mi riempì di botte e poi mi violentò, facendomi subire di tutto. Avevo appena compiuto 18 anni“. Una violenza che, secondo il racconto, è arrivata dopo un iniziale rifiuto della ragazza di fronte alle avances del regista.
Dopo lo stupro, secondo al ricostruzione, Polański è scoppiato in lacrime scusandosi per ciò che aveva appena fatto. La giovane fuggì da un vicino di casa del regista che ha confermato in toto la versione dell’ex attrice: “Valentine Monnier arrivò da me sconvolta, e mi pare di ricordare che avesse un livido sulla guancia. Mi disse di essere stata violentata da Roman Polański”. Monnier è la quinta donna ad accusare di violenza sessuale l’affermato regista che, nel 1977, venne tacciato a Los Angeles di “violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti” ai danni di una ragazzina di 13 anni e 11 mesi di nome Samantha Geimer, modella e figlia di una conduttrice televisiva; il fatto avvenne nella villa di Jack Nicholson.
L’accusa comprendeva in tutto ben sei capi d’imputazione.
L’avvocato della ragazzina, al fine di proteggere la sua assistita, propose, in sede di procedimento preliminare, un patteggiamento, in modo che la minorenne non dovesse deporre pubblicamente davanti al tribunale e rivivere, così, lo shock di quel momento. Il Pubblico Ministero si dichiarò d’accordo, come anche il difensore di Polański, e l’accusa venne ridotta al solo capo di rapporto sessuale extramatrimoniale con persona minorenne, del quale Polański si dichiarò colpevole.
A causa della giovane età della vittima, fu prescritta ai sensi della legge una perizia psichiatrica del reo, per la quale Polański fu mandato per 90 giorni nella prigione di Stato californiana ma, dopo solo 42 giorni, il regista venne rilasciato con una valutazione che consigliava una pena detentiva con la condizionale, quindi senza detenzione. Quando emerse che il giudice non avrebbe seguito la proposta, Polański dagli Stati Uniti fuggì a Londra. Poco dopo si trasferì a Parigi al solo fine di evitare l’estradizione da parte del Regno Unito e, da allora, evita l’ingresso negli Stati Uniti, nonché negli stati dai quali può temere l’estradizione; dato che dal 1975 possiede la cittadinanza francese, il regista polacco non può essere estradato dalla Francia agli Stati Uniti. Polański tutt’ora figura nella “lista rossa” delle persone ricercate dall’Interpol.

Da sinistra: Samantha Geimer, Roman Polański all’epoca dei fatti e Valentine Monnier.

Woody Allen, dal canto suo, non è da meno.
A 57 anni s’innamorò della figlia adottiva ventenne della storica compagna Mia Farrow, Shoon-yi Previn, ben 35 anni più giovane di lui. I due sono ormai sposati da 18 anni ed hanno anche adottato due figli ma, al tempo, fu davvero un enorme scandalo e non si fatica a comprenderne il perché.
La famiglia si disgregò sotto agli occhi del mondo nell’agosto del 1992 e fu emanato un comunicato nella quale il regista newyorchese si confessava folle d’amore per la sua figliastra. Allen e la Farrow hanno sempre vissuto in due case separate e non si sono mai sposati, nonostante la loro relazione sia durata oltre 12 anni; lei ha 14 figli, quasi tutti adottati da sola o con gli ex, e solo due di loro sono poi stati adottati anche da Allen, uno soltanto però è loro figlio naturale, Ronan Farrow, il famoso giornalista noto per aver incastrato Harvey Weinstein ed aver fatto nascere, così, il movimento MeToo.
In quei giorni, sulle prime pagine, lo scandalo AllenFarrow toglie spazio alla guerra in Bosnia. L’attrice protagonista del sopracitato “Rosemary’s Baby” affermò che Dylan Farrow, sua figlia, che allora aveva solo 7 anni, le aveva raccontato di essere stata vittima di un abuso sessuale da parte di Allen, suo patrigno. Inoltre, poco dopo, la Farrow trovò delle fotografie pornografiche della figlia Soon-Yi, allora di età stimata tra i 19 e i 22 anni, scattate da Allen nel mese di gennaio, in seguito alle quali lo stesso disse di avere una relazione con la figliastra e sostenne che la stessa Soon-Yi gli avesse chiesto di farle quelle foto.
Dopo il rifiuto della Farrow di continuare la relazione con Allen, il regista se ne andò con Soon-Yi, che sposerà poi nel 1997. Nell’agosto 1992 Allen fece causa chiedendo la custodia dei tre figli suoi e della Farrow, sostenendo che l’attrice stesse inventando le accuse di molestia sessuale. Un team composto da un pediatra e da due assistenti sociali incaricati dal tribunale ritenne che l’abuso fosse frutto della fantasia di Dylan o, in alternativa, un plagio della madre, pur individuando degli atteggiamenti anomali di Allen nei confronti della bambina, tuttavia il giudice diede l’affido esclusivo a Mia Farrow vietando ad Allen di visitare Dylan.
Nel 2014, a 28 anni, Dylan ha ribadito le accuse di violenza sessuale da parte del padre ed ha difeso la madre in una lettera pubblicata sul blog del New York Times. Allen, ovviamente, ha risposto negando nuovamente le accuse.
Ad ogni modo, il regista newyorchese è stato da poco scaricato da Amazon, che ha deciso di non produrlo più, e anche da Hachette, che avrebbe dovuto pubblicare la sua autobiografia.

Da sinistra: Woody Allen con la piccola Dylan in braccio, Mia Farrow con Shoon-Yi alla sua sinistra e Woody Allen e Shoon-Yi Previn oggi.

Ora, invece, facciamo un salto nel passato e parliamo della Hollywood dei ruggenti anni ’20, un periodo nella quale i misfatti venivano nascosti sotto al tappeto per preservare l’immagine sognante, patinata ed elegante che tanto andava in voga.
Roscoe Arbuckle, soprannonimato “Fatty”, fu un famosissimo e stimatissimo attore, produttore e regista statunitense operativo durante l’epoca del cinema muto. La sua comicità aprì la strada a molti altri omoni dell’epoca, su tutti il mitico Oliver Hardy, ma seppur raggiunse una notevole fama alla fine degli anni ’10, diventando uno degli attori più pagati del periodo, il suo nome è giunto fino ai nostri giorni non per le sue doti artistiche e recitative, peraltro notevoli, ma soprattutto per lo sconcertante scandalo in cui rimase coinvolto nel 1921.
Per festeggiare il rinnovo del suo contratto triennale con la Paramount, che gli avrebbe reso la cifra stratosferica di un milione di dollari all’anno, il 3 settembre 1921 Roscoe si recò a San Francisco in compagnia di due amici e prese alloggio in tre appartamenti comunicanti al dodicesimo piano del St. Francis Hotel, dove organizzò un sontuoso party. Alla festa parteciparono una cinquantina di persone, tra cui la giovane e talentuosa stella della Fox Virginia Rappe.
Il party ebbe inizio, l’alcol scorreva a fiumi (nonostante il proibizionismo) e Arbuckle, che gironzolava in pigiama e accappatoio, prese l’ormai ubriaca Virginia e la portò nella camera da letto dell’appartamento 1221. Secondo la testimonianza resa poi da Maude Delmont, la festa si interruppe bruscamente quando dalla camera da letto vennero delle grida laceranti. Arbuckle si affacciò dalla porta con un risolino noncurante, col pigiama a brandelli ed il cappellino di Virginia in testa, dicendo alle ragazze di andare a rivestire la donna e riportarla al Palace dove erano alloggiate poiché “fa troppo chiasso”.
Maude e un’amica showgirl, Alice Blake, trovarono Virginia sul letto praticamente nuda che si contorceva urlando dal dolore e a stento riuscirono a rivestirla con gli abiti ridotti in stracci. Il medico dell’hotel, che la visitò, diagnosticò un’intossicazione da miscuglio alcolico e stupefacenti ma ciò non spiegava i dolori lancinanti al basso ventre. Fu portata all’ospedale di Pine Street e a un’infermiera Virigina disse che era stato Fatty Arbuckle a ridurlancosì e di non fargliela passare liscia. Morì il 9 settembre all’età di 30 anni.
Insospettito da una telefonata dall’ospedale in cui si chiedevano vaghi ragguagli sull’autopsia, il vice-medico legale di San Francisco Michael Brown, si recò personalmente sul luogo, dove constatò una frenetica attività di copertura: un dottore venne sorpreso mentre si avviava all’inceneritore dell’ospedale con un barattolo contenente i resti degli organi femminili lesionati della ragazza, di cui la vescica lacerata da un atto di violenza imprecisato che aveva poi condotto al decesso per peritonite. La polizia, avvisata del fatto, avviò subito le indagini, giungendo ben presto a un’accusa formale per Arbuckle di violenza carnale e omicidio.
La stampa fece dell’incidente uno scandalo sulla lussuriosa vita hollywoodiana. Tuttavia, Roscoe Arbuckle fu incriminato e si scrisse di uno stupro eseguito con una bottiglia. A Hartford, nel Connecticut, un gruppo di donne vigilantes distrusse uno schermo su cui si proiettava una farsa di Arbuckle, e a Thermopilis, nel Wyoming, alcuni cowboy crivellarono di colpi lo schermo durante una sua comica finale, innumerevoli poi gli episodi di lancio di uova e bottiglie, tutti i film di Arbuckle vennero, così, ritirati. Lo scalpore fu tale che gran parte dell’opinione pubblica arrivò a costituire comitati per chiedere la pena di morte.
Il processo si aprì a novembre ed Arbuckle respinse tutte le accuse, proponendo una versione completamente diversa della scena; i suoi avvocati orchestrarono inoltre una ricostruzione infangante dei costumi di Virginia Rappe che, secondo loro, sarebbe stata amante di numerosissimi uomini. Dopo testimonianze contrastanti, la giuria assolse l’attore per 10 voti contro 2, ma il processo fu invalidato per un difetto di procedura; il secondo processo, svoltosi nel febbraio del 1922, dapprima giudicò Arbuckle colpevole per poi rovesciare il verdetto in assoluzione per la non unanimità della giuria; il terzo ed ultimo processo, conclusosi il 12 aprile 1922, lo scagionò definitivamente.
Ad ogni modo, le conseguenze dello scandalo stroncarono pesantemente la carriera dell’attore e lo provarono gravemente dal punto di vista psicologico, inoltre la Paramount annullò il suo contratto e mandò al macero tutti i suoi film non ancora distribuiti.

Queste sono solo alcune delle numerosissime storie nere che infestano la tanto amata Mecca del Cinema, non fatevi abbagliare dalla facciata di perfezione e bellezza studiata a tavolino come il più infingardo specchietto per allodole e neanche dal talento artistico, le persone che popolano l’olimpo del cinema e del mondo dello spettacolo sono esseri umani e, come tali, spesso sono vittime del loro stesso successo, che li fa sentire al pari di una divinità, sopra ogni legge, legittimati a commettere qualsiasi reato.
Decidete con cura chi e cosa sovvenzionare con i vostri soldi perché in un mondo nella quale sovente si è dei semplici consumatori è l’unica arma a nostra disposizione per penalizzare ottimi artisti che si rivelano essere, però, dei disprezzabili individui.

~Rebel Rabel

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