WHEN THEY SEE US

In un momento storico come quello che sta vivendo oggi l’America, in cui milioni di persone scendono in piazza per gridare giustizia e lottare contro la destabilizzante piaga del razzismo, un prodotto come When they see us è forse d’obbligo per comprendere quanto il sentimento antisemita sia radicato nella società statunitense. When they see us è uno dei mezzi che con più impatto mi ha fatta entrare nella mente di un sistema giudiziario corrotto, terrorizzante, in cui il pregiudizio annulla il seme della verità.

When they see us è una miniserie statunitense scritta e diretta da Ava DuVernay (Selma-la strada per la libertà, XIII emendamento, Nelle pieghe del tempo), basata su una storia vera che ha sconvolto il Nuovo Continente tra la fine degli anni ’80 e i primi anni del 2000. Nel 1989 New York fu vittima del terrore a causa di una serie di stupri avvenuti in vari quartieri della città. Il 19 aprile dello stesso anno una donna chiamata Trisha Meili ha attraversato Central Park per fare jogging ed è stata ritrovata in fin di vita tra i cespugli del parco, con addosso i segni di una pesante aggressione e di uno stupro. Quella stessa notte un gruppo di teenager della comunità black di Harlem camminava per Central Park. La polizia, pressata dai media per trovare a tutti i costi un colpevole, scoperto il corpo della jogger, li arrestò in massa. Cinque di loro- Raymond Santana Jr, Kevin Richardson, Antony McCray e Korey Wise- vennero interrogati per 48 ore dalla polizia, costretti con la forza e con una brutale manipolazione mentale a confessare e a registrare le confessioni per poi essere mandati in un aula di tribunale. Avevano tra i 13 e i 17 anni e vennero tutti condannati per aggressione e violenza sessuale. Addosso a cinque ragazzini innocenti rimase addosso l’accusa per circa 15 anni, finché il vero responsabile non confessò alle autorità.

Per conoscere il proseguo della vicenda, centinaia di giornali online e siti web riportano le indagini nei minimi dettagli e riescono di certo a raccontare il fatto meglio di me. Ma analizziamo il lavoro che la DuVernay ha svolto per rendere su schermo la storia dei Cinque di Central Park.

When they see us è una miniserie composta da 4 puntate che vanno dai 60 agli 80 minuti l’una. Sin da subito la serie colpisce lo spettatore dritto allo stomaco per la brutale verità con cui vengono rappresentati i fatti, già di per sé terrificanti. Quella che Ava DuVernay ci propone è una storia d’inchiesta autentica, potente, raffinata nella sua contorta cupezza, scritta per arrivare ad un pubblico più ampio possibile. Accanto ad una narrazione ferrata e dettagliata, troviamo una regia adulta che non compie mai scivoloni: la serie si prefigge l’obbiettivo di prendersi i suoi tempi, di essere diretta quanto basta per rapire lo spettatore, senza tuttavia rinunciare all’importanza del dettaglio, mantenendo una coerenza stilistica e narrativa per tutta la sua durata.

Tutto di questa miniserie è misurato con la riga dell’attenzione. Ogni inquadratura, ogni battuta, ogni personaggio ci racconta qualcosa in più e stuzzica l’interesse del pubblico, spinto così a guardare dietro il velo scuro della vicenda protagonista. Quello della DuVernay è un invito a domandarsi cosa c’è a monte, perché il presente non è poi così distante da quella notte d’aprile dell’89. Questo continuo rimando all’attenzione rende semplice alla serie esporre temi d’inchiesta esorbitanti in maniera del tutto integrata alla storia centrale: vediamo la realtà di Harlem, come la comunità nera vive e come si pone nei confronti di quella bianca; vediamo come agisce la polizia americana, come la violenza per colui che indossa la divisa blu sia un mezzo a cui ricorrere spontaneamente, senza il bisogno che si presenti la necessità; vediamo la corruzione del sistema giudiziario, il totale inadempimento delle leggi che tutelano i minori e gli imputati in generale, considerati alla stregua di bestie feroci a cui mettere la museruola; la dura situazione dei carceri, luoghi in cui vige un sistema mafioso, in cui il più forte vince e il più debole finisce a terra, coperto di sangue, mentre la guardia resta a guardare; vediamo come il pregiudizio non sia un difetto assimilabile sono alla popolazione bianca, ma come la chiusura mentale aggredisca chiunque le lasci spazio.

La fotografia aiuta la regia a rendere il tutto compatto, stabile nella sua destabilizzazione, accurato e d’impatto. I colori freddi e le ambientazioni urban, di cemento e asfalto, avvolgono la serie di un’aurea grigia, resistente, spietata, metafora stessa della società americana che ci viene descritta. Accanto a questa fotografia crudele troviamo una colonna sonora ricca di pezzi tipici della cultura Afro, come brani rap graffianti, ritmi R&B trascinanti, interrotti da sonorità drammatiche, sospese, avvolgenti. Il cast è impressionante, specialmente considerando l’età media degli attori. Una delle interpretazioni che più colpiscono è quella di Jharrel Jerome nel ruolo di Korey Wise: l’intensità e la natura del personaggio coinvolgono in maniera dolorosa.

When they see us non è di certo una serie leggera. Io stessa l’ho dovuta prendere a piccole dosi, perché sopportare due puntate di seguito mi sarebbe riuscito impossibile. Cruda, spaventosamente reale, opprimente e sofferta: un grido all’aprire gli occhi, una presa di coscienza che mira al cuore delle persone di ogni genere ed etnia. Un simbolo di tutte le cose negative a cui conduce un sistema sociale corrotto dal pregiudizio, dall’odio e dalla paura.

Consiglio vivamente a chiunque di dare un’occhiata al catalogo Netflix e di inserire When they see us in lista, di iniziarla tenendo a mente che quello che si sta per vedere è una fedele ricostruzione di eventi realmente accaduti. Spero che passando da un episodio all’altro vi indignerete, soffrirete per quei ragazzi e sognerete un futuro in cui la giustizia è giustizia per tutti: perché è tramite l’indignazione e la consapevolezza che si cambiano le idee sbagliate.

#blacklivesmatter

Dove leggere la storia vera:

La vera storia dei “Central Park Five”

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