D come Dotate: tre pellicole dirette da registe donne da recuperare assolutamente.


Raw – Una Cruda Verità” (2016) di Julia Ducournau, “Lazzaro Felice” (2018) di Alice Rohrwacher, “Lost In Translation – L’Amore Tradotto” (2003) di Sofia Coppola, “Selma – La Strada Per La Libertà” (2014) di Ava DuVernay, “American Psycho” (2000) di Mary Harron, “Rosenstrasse” (2003) di Margarethe von Trotta, “The Farewell – Una Bugia Buona” (2019) di Lulu Wang e “Cléo Dalle 5 Alle 7” (1962) di Agnès Varda sono solo la piccola punta del gigantesco iceberg di film che le donne hanno scritto e diretto nell’arco della storia del Cinema.
Eppure, nonostante qualche riconoscimento, fin’ora solo 5 donne (contro 444 uomini) hanno ricevuto la nomination ai Premi Oscar come Miglior Regista. La prima donna che fu candidata fu un’italiana, la virtuosa ed eccentrica Lina Wertmüller, nominata nel 1977 per la regia del cult “Pasqualino Settebellezze“, ma solo l’americana Kathryn Bigelow riuscì ad aggiudicarsi la meritata statuetta con il cruento “The Hurt Locker“, war movie del 2008.
Si sa, purtroppo il mondo della Settima Arte non è che l’ennesimo ambito maschile e maschilista che esalta le doti dei tanti uomini che lo popolano e che stenta a riconoscere pubblicamente la qualità delle donne che hanno saputo fare la differenza, tuttavia oggi siamo quì per parlare di tre film estremamente diversi fra di loro ma che hanno in comune, però, la regia femminile e l’ottima qualità.
Ecco, quindi, tre pluripremiati film diretti da registe donne che non potete e dovete perdervi.

– “Pasqualino Settebellezze” (1975) di Lina Wertmüller
Genere: drammatico, grottesco

Nella Napoli degli anni ’30 incontriamo Pasqualino Frafuso, un guappo partenopeo in cerca di fama e rispetto all’interno della società locale e che, a causa delle sue sette poco attraenti sorelle, viene da tutti ironicamente soprannominato “Settebellezze”.
Quando proprio una di loro, Concettina, la sorella maggiore, viene ingannata ed obbligata a prostituirsi in un bordello dal suo fidanzato, un tale di nome Totonno Diciotto Carati, Pasqualino si infervora e decide di affrontare Totonno, ma tutto ciò che ottiene è una pubblica umiliazione. Cosa rimane da fare se non un delitto d’onore?
Pasqualino, però, non sa a cosa sta andando in contro e si avventura armato di pistola nella casa di Totonno.
Candidato a ben quattro Premi Oscar come Miglior Film In Lingua Straniera, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista e Miglior Sceneggiatura Originale, questo particolare, irriverente e straniante cult del cinema italiano scritto e diretto dalla Wertmüller tutt’ora, dopo quarantacinque anni dalla sua uscita, scatena dibattiti. Nella commedia “Io Sono Un Autarchico” (1976) di Nanni Moretti, infatti, venne duramente criticato in quanto ritenuto sopravvalutato ma non solo, ancora oggi i pareri sono discordanti. Sta di fatto che l’ottavo film della regista romana è ancora adesso una viva colonna portante del nostro cinema, una delle tante pellicole italiche che, grazie ai suoi dialoghi brillanti, intelligenti e coinvolgenti, alla sua recitazione eccellente (un Giancarlo Giannini in stato di grazia regge l’intero film da solo), alla sua sceneggiatura geniale e interessante ed alla sua regia efficace, curata e memorabile, seppe conquistare il pubblico nostrano e d’oltreoceano e questo è innegabile.
Lina Wertmüller è una bandiera da mostrare orgogliosi, nonché una donna che avrebbe sicuramente meritato più riconoscimenti, e questa perla di satira, filosofia e carisma che si ostina a non invecchiare ne è solo l’ennesima conferma.


– “The Hurt Locker” (2008) di Kathryn Bigelow
Genere: guerra, drammatico

Cosa succede quando una squadra di artificieri dell’esercito americano si reca in una delle innumerevoli città irachene devastate dalla guerra al fine di disinnescare vari ordigni sparsi nel posto? E cosa accade quando il pericolo, la morte ed il rischio ti rendono completamente dipendente a tal punto da non potervi fare più a meno?
Questa è l’amara storia dei sergenti Will James e JT Samborn e del soldato Owen Eldridge.
Nonostante gli scarsi incassi al botteghino, “The Hurt Locker” venne candidato a ben nove Premi Oscar, della quale ne vinse sei: Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Regista, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro e Miglior Film.
Kathryn Bigelow diventa, così, la prima donna della storia del cinema ad essere premiata agli Academy Award per la sua regia, segnando un importante punto di svolta per tutte le donne che da molti anni vedono i loro lavori snobbati o non riconosciuti per la loro qualità. La statuetta non poteva essere più meritata, la Bigelow dirige con grande energia e realismo questo cruento, spietato e potente di film di guerra, riuscendo a proporre un prodotto mai banale e facile da riconoscere, anche se a tratti complicato da sostenere a causa della totale onestà delle immagini, caratteristica peculiare dei lavori di questa regista. Anche la sceneggiatura del giornalista Mark Boal risulta godibile ed accattivante, il cast ci dona interpretazioni intense e naturali e la colonna sonora, candidata all’Oscar e composta dal capace Marco Beltrami, noto per aver composto le musiche di “Hellboy” (2004) di Guillermo Del Toro, “Logan – The Wolverine” (2017) di James Mangold e molti altri film, e dal suo assistente Buck Sanders, dona un’ulteriore e perfetta vena di angosciante tensione ad un film già di per sé molto d’impatto.
Il risultato è un riuscitissimo mix di nuda realtà e aspra critica alla guerra ed al suo essere al pari di una droga, assuefacente ma totalmente distruttiva.


– “… E Ora Parliamo Di Kevin” (2011) di Lynne Ramsay
Genere: drammatico

Eva Khatchadourian, giovane ed ambiziosa donna cosmopolita armeno-americana, improvvisamente si scopre incinta. La gravidanza inaspettata la costringe a cambiare stile di vita e le rinunce da fare sono tante ma Eva è pronta e, più o meno di buon grado, le fa. Quando, però, Kevin nasce, ogni singola cosa della sua esistenza cambia ed il rapporto che si va ad instaurare tra lei ed il piccolo è un pericoloso alternarsi tra amore e odio che sfocerà in una sconvolgente violenza. Come ci si sente ad essere la madre di un mostro?
Tutto in questo ottimo film indie è piacevolmente sinistro ed inquietante. La regia di Lynne Ramsay, regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica britannica premiata ai Premi BAFTA nel 2000, è un occhio attento e minuzioso che intreccia il passato con il presente in un continuo alternarsi di flashback che paiono quasi incubi, talvolta crudeli, talvolta teneri ma spesso quasi surreali nel loro spietato realismo; Ezra Miller è un protagonista freddo, conturbante, magnetico e disturbato che riesce a convincere in ogni frame della pellicola e così anche Tilda Swinton, quà incredibilmente intensa ed algida a tal punto da bucare lo schermo in quella che è, forse, una delle sue migliori prove come attrice; la sceneggiatura, frutto del romanzo della scrittrice Lionel Shriver ma adattata dalla Ramsay e dal poliedrico attore statunitense Rory Kinnear, è molto intrigante ed originale, un profondo, onesto e nichilista omaggio ai dubbi ed alle difficoltà materne e al rapporto madre-figlio che sa intrattenere e stimolare la mente dello spettatore per tutto il film, i dialoghi taglienti, poi, rendono il tutto estremamente contemperaneo e straniante. “… E Ora Parliamo Di Kevin” ottenne una nomination ai Golden Globe per la Migliore Attrice In Un Film Drammatico, tre nomination ai Premi BAFTA come Miglior Film Britannico, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista e ben sei nomination ai British Independent Film Award come Miglior Film Britannico, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura e Miglior Contributo Tecnico riguardo fotografia ma vinse solo per la Miglior Regia.
Un indimenticabile, inclemente ed ipnotico film che meriterebbe più attenzione.

Questi sono soltanto tre esempi di ciò che le donne hanno fatto per il cinema, un piccolo monito per tutti coloro che, vedendo sempre e solo nomi di uomini (più o meno meritevoli) stampati a grandi lettere un pò ovunque, si dimenticano che l’arte, l’intelligenza, la creatività ed il talento non hanno alcun tipo di sesso. Valorizziamo tutti coloro che hanno qualcosa di importante da dire e che scelgono il cinema (o le altre arti) per farlo perché essere donna non può e non deve essere motivo di penalizzazione o limitamento. Ricordiamoci sempre che il silenzio è il miglior alleato per il sessismo, il maschilismo e qualsiasi altro tipo di discriminazione, quindi rompiamo questo muro di omertà e diamo visibilità a chi se lo merita, aldilà del sesso di appartenenza.

~Rebel Rabel

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