L’Appartamento Agrodolce di Billy Wilder

Recensione e Analisi Critica del Capolavoro di Billy Wilder “L’Appartamento

Billy Wilder è sempre stato un regista estremamente poliedrico, in grado di sviluppare trame accattivanti e complesse con uno stile apparentemente semplice. È da sempre considerato uno dei padri del Noir e dei film Comici, ma ha diretto quasi tutti i generi cinematografici. Tutti tranne uno! Non si sa se per un malcelato disincanto o un fastidio personale, ma Wilder non si è mai avvicinato al Western. Un esempio emblematico della probabile irritazione del regista per questa tipologia di pellicole la ritroviamo in una delle sequenze iniziali della commedia L’Appartamento, in cui il protagonista cerca qualcosa da guardare in tv e quando in ogni canale trova persone a cavallo che si rincorrono non può fare a meno di emettere un verso di disappunto e spegnere la televisione. Wilder è, infatti, conosciuto per uno stile prettamente cinico, per la sua forte critica alla società votata al guadagno, al capitalismo e alla mancanza di umanità. Ma si parlerà di questi aspetti della sua filmografia e di questo suo piccolo capolavoro a breve.

Prima un veloce accenno alla trama de L’Appartamento (Nel blocco dedicato all’analisi saranno presenti Spoiler):

C.C. Baxter (Jack Lemmon) è un impiegato d’ufficio che presta casa sua ai suoi superiori e contro i quali non riesce a farsi rispettare. In questo clima di inettitudine troveremo il protagonista a innamorarsi della vispa e bella Fran Kubelik (Shirley MacLaine) e al tentare di ritrovare la propria dignità e umanità.

Analisi Critica

Ciò che salta subito all’occhio durante la visione del film è la perfetta commistione di generi nella trama che permettono di dare spessore e alcune qualità uniche. Il regista austriaco soleva dire che “Quando realizzo un film non lo classifico mai. Non dico è una commedia, aspetto l’anteprima e se il pubblico ride molto dico è una commedia o un film serio o un film noir.” e questo concetto emblematico si sposa alla perfezione con la struttura ambigua de L’Appartamento che funge apparentemente da commedia brillante in cui il protagonista si ritrova in una serie di gag e situazioni che lo destabilizzano e che divertono lo spettatore, ma più si avanza nella visione e maggiormente il pubblico viene investito da un sapore dolceamaro che nemmeno il finale stile happy ending riuscirà a cancellare. Appare iconica la sequela di avvisaglie su un sistema contemporaneo che Wilder criticava e in cui l’uomo manca d’identità e fermezza morale. Quando Baxter si ritrova in ufficio a lavorare troviamo una fila sconfinata di persone ricurve sulle proprie scrivanie, con lo stesso protagonista che a testa bassa sottomette la propria dignità e volontà per venire incontro ai desideri dei suoi superiori che si approfittano di lui, così come il sistema del lavoro basato sul profitto massivo si approfitta dell’uomo comune. È destabilizzante inoltre che l’amore venga rappresentato negativamente considerando che l’appartamento di Baxter, e quindi la sua mancanza di personalità e la sua sottomissione, verrà usato dai suoi superiori come base d’appoggio per soddisfare i loro istinti amorosi.

Anche quando lo stesso protagonista verrà premiato con posizioni di rilievo all’interno dell’azienda non cambierà la situazione. Sarà il forte trauma, il pugno duro della verità dopo il tentato suicidio della donna di cui è innamorato che destabilizzerà le sue certezze di una carriera ai piani alti, ma soprattutto delle insicurezze che lo hanno spinto a farsi comandare dagli altri. Il personaggio di Lemmon si prende la colpa non tanto per le azioni altrui, quanto perché la catena di eventi è stata scaturita a causa della sua inettitudine, che delizia e diverte il pubblico ma che deprime nella fasi più avanzate, rendendolo consapevole del suo ruolo.

E con la sua redenzione finale quando deciderà di essere un mensch, un essere umano, e con la riconciliazione con la signorina Kubelik, ci ritroviamo alla conclusione di un percorso dalla costruzione narrativa perfetta che ha saputo divertire ma ha lasciato un pensiero, un insegnamento e un boccone amaro impossibile da mandare giù.

Conclusioni

Gli attori di prim’ordine (stiamo pur sempre parlando di una meravigliosa Shirley MacLane e un serafico e nevrotico Jack Lemmon), una regia precisa e accattivante, una sceneggiatura, una costruzione dei personaggi e del mondo che li circonda con modalità che hanno pochi eguali rendono questo film un capolavoro che andrebbe visto almeno una volta nella vita, o rivisto per cogliere tutti gli aspetti più profondi che questa pellicola può regalare. Non c’è da stupirsi che Wilder sia un regista leggendario e che ci si ritrova qui con una perla di rara bellezza. D’altronde come ha detto Alberto Scalcon su CineFacts.it :

“Se stai vedendo un capolavoro ma non succede quasi nulla, è un Sokurov.

Se stai vedendo un capolavoro ma la mdp è troppo bassa, è un Ozu.

Se stai vedendo un capolavoro ma ti manca un po’ di emozione, è un Kubrick.

Se stai vedendo un capolavoro e alla fine ti emozioni, è un Hitchcock.

Se stai vedendo un capolavoro ma non capisci perché, è un Mizoguchi.

Se stai vedendo un capolavoro e capisci perché, allora è un Wilder.”

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