Hollywood, top o flop?

Ryan Murphy torna sugli schermi con una nuovissima serie TV prodotta da Netflix: Hollywood. Uscita il primo maggio 2020, la serie teen ucronica ha attirato su di sé l’attenzione di critica e pubblico, che ormai da tempo ha imparato ad amare o detestare il piglio eccentrico del creativo che si cela dietro titoli come Glee e American Horror Story. Hollywood avrà confermato l’amore dei fans e stupito i più scettici? O avrà deluso gli ammiratori e confermato le critiche dei reticenti?

Ci troviamo a Los Angeles nei furenti anni a cavallo tra il 1940 e il 1950. In una città all’apparenza fatta su misura per i sogni dei giovani americani, Hollywood svetta come portone d’accesso alla ricchezza e alla fama. E’ in quest’ambientazione spumeggiante che si intrecciano le vite di Jack (David Corenswet), un ex militare, Archie (Jeremy Pone), uno sceneggiatore squattrinato, Raimond (Darren Criss), un regista alle prese con il suo ingresso agli Ace Studios e la sua fidanzata, Camille (Laura Harrier), con l’obbiettivo di diventare un’attrice. Un gruppo di artisti alla ricerca disperata di affermazione e rivalsa sociale, disposti a tutto pur di veder comparire il loro nome tra i titoli di coda in un film. Riusciranno a vincere contro i grandi squali del mondo dello spettacolo o anche loro verranno inghiottiti dalla Città che non dorme mai?

Ryan Murphy ci propone un prodotto che ha tutti gli elementi tipici del suo modo di fare spettacolo: una regia dinamica e coinvolgente viene avvolta dalla fotografia gestita con cura chirurgica, fatta di colori accesi e forme al limite del fumettistico. La colonna sonora rapisce dalla prima puntata e gli attori, che per chi conosce le altre creazioni di Murphy non saranno nuovi, spiccano per carisma e qualità recitative. Accurata la ricostruzione scenografica e suggestive le ambientazioni. Murphy vuole raccontare una storia in chiave “What if…”, ovvero si pone l’obbiettivo di prendere un’epoca storica precisa, mischiare personaggi realmente esistiti ad altri frutto della sua fantasia, tenere in considerazione i limiti sociali di quel tempo e stravolgerli, raccontando ciò che sarebbe potuto succedere se “i potenti” avessero compiuto determinate scelte. Ma sarà riuscito nell’ambizioso intento?

La serie a livello narrativo dimostra varie problematiche:

La frettolosità: le prime puntate scorrono come l’olio, soffermandosi su dettagli necessari ad introdurci l’atmosfera (punto forte di Hollywood) e i personaggi, ma danno anche troppo spazio a dettagli per la narrazione irrilevanti, togliendo tempo a temi ben più importanti, che si annunciano come cardine della storia. Hollywood ha fatto l’errore di voler essere limitata ad un’unica prima stagione autoconclusiva in cui Murphy pone in scena decine di tematiche e non ne riesce ad affrontare una in maniera veramente completa. Le prime quattro puntate sembrano l’inizio di una serie pronta a durarne 15, poi ti rendi conto che ne è composta da 7. E’ allora inevitabile chiedersi: come farà a risolvere tutto in tempo? La risposta: non lo fa, lasciando tante situazioni in sospeso e trattando le altre con una superficialità fastidiosa.

Le tematiche: Hollywood si dimostra in breve tempo una serie di denuncia, che porta sullo schermo le pesanti discriminazioni del tempo nei confronti di neri, asiatici, comunisti, donne ed omosessuali. Ogni personaggio rappresenta una diversa forma di discriminazione e si prefigge come obbiettivo quello di demolire i pregiudizi e di contrastare una società arretrata e bigotta, ricca tanto di denaro quanto di ipocrisia. Ma raramente ci riesce. Sono poche le scene in cui i personaggi conducono la loro causa in modo credibile: spesso parlano con frasi che sembrano direttamente uscite da un pride del 2020, risultando anacronistici nel tempo in cui Murphy li inserisce. E questo aspetto non deve essere necessariamente un errore: in una serie di denuncia in cui si vuole raccontare una storia diversa da come sono andati realmente i fatti è sicuramente appropriato mostrare personaggi con ideali più moderni rispetto al mondo che li circonda, ma la pressione sociale, le idee radicate di secoli e secoli, i pregiudizi che fanno parte della natura dell’Uomo del passato non sono aspetti che si possono cancellare dalla mente di un personaggio, per quanto controcorrente voglia apparire. Ho trovato molte buone intenzioni e poca voglia di svilupparle. La serie vuole parlare di emancipazione femminile e a volte ci riesce con efficacia, altre volte fa scivoloni contraddittori; vuole parlare di razzismo e a volte ci riesce, altre compie scelte di una superficialità imbarazzante; vuole parlare di omosessualità e a volte ci riesce, altre cavalca cliché tramontati e banalizza fino all’ossesso la situazione.

I personaggi: i personaggi sono il fulcro di tutta la vicenda, sono loro a condurre le redini del gioco… o forse no? In breve tempo ci rendiamo conto che l’ambientazione e, nello specifico, la città di Hollywood, con le sue ombre e le sue meraviglie, è la reale regina della storia. I personaggi dovrebbero starle dietro con i passi, ma spesso inciampano. Uno dei protagonisti, Jack, è probabilmente il più vuoto che Murphy abbia messo in scena in tutta la sua carriera. Persino Mike Chang di Glee ha più spessore di Jack (e chi ha visto Glee può capire di cosa sto parlando). Jack è un personaggio con un grande potenziale: finalmente abbiamo l’occasione di esaminare un’esempio di oggettivazione dell’uomo, di strumentalizzazione dell’aspetto maschile e prostituzione maschile(tutti aspetti che spesso vediamo portare in scena da donne), ma l’occasione viene banalmente liquidata. L’ennesimo esempio di superficialità. Lo stesso discorso vale per Camille. Camille è una ragazza nera arrivata ad Hollywood per diventare una grande attrice e abbandonare finalmente il ruolo della cameriera, unica parte che al tempo veniva affidata al popolo afroamericano. Quando vediamo che Camille raggiunge una certa notorietà nel mondo del cinema, viene introdotto il tema del forte razzismo che contraddistingueva l’America di quegli anni (e non solo, purtroppo) tramite le minacce del Ku Klux Klan, che in breve raggiungono la casa di Camille, lasciando croci infuocate nel suo giardino e urlando minacce al telefono. Aspetti reali, brutali, inumani che dovrebbero segnare la vita di una giovane ragazza che sta cercando con tutta se stessa di raggiungere il suo più grande sogno… no? No. Vediamo la tematica rappresentata in pochi minuti in una puntata e poi ce ne possiamo anche dimenticare. Ennesimo esempio di superficialità.

Potrei descrivervi altre venti esempi di frettolosità che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, ma la recensione durerebbe come un’enciclopedia, perciò veniamo ai pregi che invece ho riscontrato guardando Hollywood

Uno dei miei personaggi preferiti della serie è Richard Samuels, detto Dick, il coproduttore degli Ace Studios. Dick è un uomo che con il tempo è stato prosciugato dalla città di Hollywood, la quale gli ha portato via tutto: la possibilità di vivere un amore, il coraggio, l’identità. Dick vive per il suo lavoro e non lascia trapelare nulla della sua vita privata perché semplicemente ha rinunciato ad averne una. Richard, interpretato da uno degli attori che più ho amato in Hollywood, Joe Mantello, è l’unico personaggio che compie una reale evoluzione, che racconta una storia con precisione, anche se vittima inevitabile della frettolosità generale sopracitata. Vediamo forse per la prima volta nella serie una storia vera, credibile, forte e appassionante, a cui avrei lasciato più spazio. Dick è un personaggio riuscito che mi ha ricordato più di chiunque altro di vere di fronte un prodotto di Murphy.

Altri due personaggi molto interessanti e completi sono Anna May Wong (interpretata da Michelle Krusiec) e Hattie McDaniel (interpretata da Queen Latifah), entrambe attrici realmente esistite. Le due donne rappresentano due minoranze etniche che in America hanno sempre dovuto lottare arduamente per emergere e scardinarsi da determinati cliché; Anna May Wong è un’attrice di incredibile talento che fa di tutto per sfondare, per abbandonare i ruoli a cui è sempre stata rifilata per il colore della sua pelle e che ha visto andare in fumo tutti i suoi sogni, costretta da una società razzista e oppressiva a rifugiarsi nell’alcol e nella solitudine. Piena di rancore e di insoddisfazione, l’attrice verrà abbracciata nuovamente dalla speranza di una rivalsa e ci rende facilissimo provare empatia nei suoi confronti. Affronteremo ogni suo passo in avanti e ogni sua caduta con partecipazione: questo la rende un personaggio vincente. Accanto a lei abbiamo Hattie McDaniel, la prima attrice nera a vincere un Oscar. Il film era Via col vento, del 1939 e lei era la strabiliante Mamy, la cameriera personale di Rossella O’Hara. Un ruolo a cui sono particolarmente affezionata, avendo visto Via col vento circa sei volte. Vedere la sua storia in Hollywood mi ha fatto commuovere ed è riuscita in pochi minuti a coinvolgermi totalmente. Con una scena che colpisce allo stomaco ci è chiara l’ingiustizia, l’inutilità e l’insensatezza di un modo di pensare semplicemente terrificante. E’ così che si rappresenta una denuncia sociale, con autenticità.

In conclusione, Hollywood è una serie interessante da analizzare. Mi è piaciuta la chiave “favolosa” in cui ha voluto rappresentare una realtà a noi molto più vicina di quanto crediamo, ponendola sotto una luce diversa da tutte le altre sorelle. La serie vuole infatti affrontare temi bui in maniera spensierata, irreale, piena di speranza, per farci gioire di un qualcosa che sarebbe potuto succedere ma che i limiti di un pensiero stantio hanno impedito. Tuttavia affronta le varie situazioni con molta superficialità: è frettolosa, usa frasi fatte che suonano banali, riempie il calderone di materiale che non hanno evidentemente saputo gestire, partorendo un prodotto frettoloso, spesso inconsistente. La regia, la fotografia, i costumi, la colonna sonora e le interpretazioni sono gli elementi più forti di Hollywood. Io vi consiglio di vederla, perché è un prodotto che fa riflettere sotto vari punti di vista, nonostante i difetti, che sono, invece, una parte fondamentale della riflessione; io l’ho vissuta come un punto di partenza: l’idea è vincente e spero che si tenterà una rilettura, magari con un’inaspettata seconda stagione. Fatemi sapere nei commenti se l’avete vista e se vi è piaciuta! Ricordate di iscrivervi al sito e si seguirci su Instagram (@mymoviesdrugs, @cinesblog) per rimanere sempre aggiornati sui nuovi contenuti.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Daniele Artioli ha detto:

    Sono d’accordo: è una serie molto stilosa e piena di buone intenzioni, ma anche io non sono riuscito a scuotermi di dosso la sensazione di superficialità. E’ una fiaba, giustamente, però proprio nel momento in cui è diventata evidente la sua natura di what if io ho perso interesse subendo passivamente gli ultimi episodi. Piuttosto, ho preferito molto la denuncia che di Hollywood è stata fatta in Feud.

    "Mi piace"

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