Funny Games: la banalità della violenza.


Un teatrino alienante e voyeuristico creato apposta per intrattenere gli spettatori con violenza, tensione, paura ed un surreale black humor: stiamo parlando di “Funny Games“, originale ed inusuale pellicola del 2007 ideata, scritta e diretta da Michael Haneke, regista, sceneggiatore e critico cinematografico bavarese.

La storia che ci viene raccontata è semplice quanto intrigante e kafkiana.
Due giovani ragazzi dall’aspetto pulito si presentano ad una classica famiglia americana, madre, padre e figlio, chiedendo delle uova per conto dei vicini di casa ed amici della suddetta famiglia. Fino a quì nulla di particolarmente memorabile o degno di nota, se non fosse che tutto ciò è solo il trampolino di lancio per una spirale di situazioni angoscianti e pericolose che colpiscono per la loro surreale ed inquietante stranezza.
La pellicola in questione è un remake shot-for-shot, ossia realizzato ricreando ogni singolo fotogramma del film originale, firmato da Haneke, il regista che aveva già sceneggiato e diretto anche l’omonimo e primo film del 1997. Scelta particolare e vincente quella di rinfrescare e “restaurare” il suo cavallo di battaglia, proponendo un cast decisamente più blasonato rispetto la prima opera e rinnovando colori e atmosfere, non un’operazione all’ordine del giorno, pochi altri film hanno un remake di questo genere. “Psycho“, celeberrimo cult di Alfred Hitchcock del 1950, è stato replicato a colori nel 1998 in “Psycho” da Gus Van Sant, così come “Piraña“, film del 1978 di Joe Dante, che ha avuto il primo remake shot-for-shot della storia nel 1995, “Piranha – La Morte Viene Dall’Acqua” di Scott P. Levy.

Una fotografia raffinata e molto curata ed una regia minimale, ferma e statica, ci presentano immagini incisive nella loro delicatezza e semplicità, la violenza scorre sotto pelle e non è mai oggetto principale della scena, o per lo meno non lo è la violenza fisica. Haneke preferisce, infatti, soffermarsi sulla violenza psicologica e sul dramma umano, espresso alla perfezione da Naomi Watts, Tim Roth e dal piccolo Devon Gearhart, tutti fintamente spontanei ed esageratamente per bene nella prima parte e disperatamente realistici ed intensi nella seconda. Michael Pitt, invece, è un ottima e disturbata controparte, la sua recitazione educata, carismatica e sottilmente diabolica riesce ad essere convincente ed iconica, a tratti umoristica ma tutt’altro che rassicurante; Brady Corbet è una buona spalla comica.
I dialoghi sono stranianti, giocosi ed irreali, la loro passiva aggressività stona con la situazione estrema che ci viene proposta ed il black humor ridicolizza e sottilinea la paura e la tensione, sempre palpabili e presenti, e proprio in questo voluto contrasto si nasconde il fascino di questa pellicola. La color palette pastello, rilassante ed accogliente, con una prevalenza di bianco, si scontra con la violenza ingiustificata e a suo modo ridicola perpetrata ai protagonisti, il brano grindcore e rumoroso che spezza in pochi momenti il silenzio generale accentua l’alienazione del contesto ed è piacevolmente fuori luogo rispetto all’abientazione borghese, anche i visi affidabili ed eleganti di Pitt e Corbet paiono quasi decontestualizzati in quei panni.
Il gioco dei contrasti funziona dall’inizio alla fine, rendendoci testimoni di una situazione scomoda ed allucinogena messa in scena appositamente per il nostro divertimento, uno spettacolo senza via di fuga atto a farci ragionare sulla tendenza a feticizzare la violenza nel mondo del cinema per scopi ludici e rendendoci parte integrante degli abusi grazie a battute e ad inquadrature metacinematografiche. Davvero fenomenale, un film a mio parere imperdibile e cinefilo.

~Rebel Rabel

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