’90 Special: Colazione da Tiffany

In questo periodo, così pesante e cupo sotto molti aspetti, spesso è comune il desiderio di evadere, di immergersi in una realtà diversa da quella che viviamo, di sognare, di visitare storie che non solo abbiano il potere di appassionarci, ma di farci completamente dimenticare di tutto il resto, almeno per un paio d’ore. Il cinema consente di avvicinarci a questo stato di estraniazione, di farci viaggiare con la fantasia e di catapultarci in storie che ci afferrano cuore e mente, le quali non devono necessariamente essere ambientate in mondi sconosciuti o in futuri postapocalittici. A volte serve solo una città lontana, un condominio e le note di una vecchia canzone…

Colazione da Tiffany è la scelta che personalmente faccio ogni volta che non mi va di ascoltare ciò che mi dice la realtà, quando tutto intorno a me diventa banale, noioso, statico. Questo è il film, dal sapore squisitamente vintage, con cui riesco davvero a fare un passo fuori dalla mia vita senza mettere piede oltre l’uscio di casa (in questo momento storico NECESSARIAMENTE). Chi lo sa, magari dopo averlo visto sarete della mia stessa idea! Ma cominciamo subito a parlare della pellicola.

Colazione da Tiffany è un film scuola 1961, diretto da Blake Edwards (La pantera rosa, Victor Victoria, Hollywood Party, Uno sparo nel buio) e basato sull’omonima novella di Truman Capote (che ho letto e vi consiglio vivamente: è molto breve, conta sulle novanta pagina, ed è scritta magistralmente, mettendo in luce sentimenti, ambientazioni e tematiche sociali in modo totalmente originale e appassionato). Protagonisti della pellicola sono George Peppard (L’uomo che non sapeva amare, Due stelle nella polvere, Delitto a Chinatown) e Audrey Hepburn (Vacanze romane, My fair lady, Sabrina).

Paul è uno scrittore squattrinato che decide di prendersi un appartamento nel centro di Manhattan per trovare l’ispirazione e continuare in pace il suo romanzo, ma la sua vita è destinata ad essere messa sotto sopra dalla misteriosa inquilina del piano di sotto, Holly, un’accompagnatrice che ama passeggiare con caffè e brioche davanti alla vetrine di Tiffany, perennemente coinvolta in feste a base di champagne ed eccentricità e alla continua ricerca di un uomo ricco da sposare.

Colazione da Tiffany è un film che rapisce dal primo istante. I suoi colori, l’eleganza tipica del cinema anni ’60, i costumi iconici, la New York che avvolge i protagonisti come un sogno amaro, la colonna sonora malinconica rendono la pellicola capace di sciogliere anche lo spettatore più critico. In questo scenario di grattaceli e marciapiedi, si muovono le anime dei protagonisti, le quali sembrano cercarsi per tutta la durata della pellicola ma non trovarsi mai, portando il pubblico a rimanere perennemente in bilico tra due mondi che appaiono troppo diversi per trovare una comunione.

Il personaggio di Holly, interpretato da un’unica Audrey Hepburn, qui in uno dei suoi ruoli migliori per cui venne nominata agli Oscar come miglior attrice protagonista (premio che vinse Sophia Loren per il suo ruolo in La Ciociara), è un connubio indistricabile di comicità e dramma. La sua storia ci ruba il cuore e non è detto ce lo restituisca subito dopo la fine della pellicola. L’interpretazione della Hepburn ci regala un personaggio contraddittorio, imperscrutabile, profondo e alterno, impossibile da capire ma necessario da amare.

Con questo film la Hepburn, già nota come una delle migliori star hollywoodiane e vincitrice del prestigioso Hanrietta Award alla migliore attrice del cinema mondiale, segna il passaggio alla storia, trasformandosi in una vera e propria icona che tutt’ora appartiene inconfutabilmente alla nostra cultura, senza mai sbiadire nel tempo. Il suo carisma in Colazione da Tiffany (a cui si è solo avvicinata nei suoi ruoli in Sabrina, My fair lady e Cenerentola a Parigi) è incontrollato e la storia che con maestria racconta non manca del medesimo elemento: per questa ragione considero questa pellicola necessaria nel bagaglio di un cinefilo, da vedere almeno una volta nella vita.

Il sapore dolce amaro del film rende la storia, di base non troppo originale se la si guarda dal punto di vista tematico, unica nel suo genere, ricca di elementi introspettivi che invadono lo schermo con profumi diversi: in Colazione da Tiffany si ride, si piange, ci si arrabbia e ci si intenerisce, rendendo la visione della pellicola una realistica avventura sensoriale dove vengono toccati tutti i sentimenti caratteristici dell’essere umano.

Non mi protraggo oltre perché adesso tocca a voi. Conoscevate questo film? L’avete mai visto? Se la risposta è no, accomodatevi sul vostro divano, munitevi di fazzoletti e cibo spazzatura e immergetevi nella fascinosa Manhattan degli anni ’60; fatevi rapire dalle sue note dolci e dalle sue realtà crudeli; lasciatevi trasportare dalle note di Mood River e perdetevi negli occhi magnetici di Holly, stando attenti a non farvi spezzare il cuore.

Se la recensione vi è piaciuta e se non vi va di perdere nessun contenuto su cinema, star dello schermo e curiosità, iscrivetevi al blog e seguiteci su Instagram, dove mi trovate come @mymoviesdrugs e trovate la pagina ufficiale del blog come @cines.blog. Noi ci vediamo al prossimo articolo…

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