L’altro Cinema: i film a basso budget.


Dopo avervi parlato di film blasonati, con grandi budget e produzioni importanti, oggi voglio proporvi prodotti validi realizzati, però, con un costo decisamente basso perché sì, il Cinema è composto anche da questo tipo di film.
A volte cult, come il “Rocky” di John G. Avildsen del 1976, girato in soli ventotto giorni e con un budget di 1,1 milioni di dollari, a volte sconosciuti, come “Slacker“, pellicola di soli 23.000 dollari del 1990 scritta, diretta e prodotta da Richard Linklater, questi film costituiscono una parte importante del mondo cinematografico, sono infatti un sottobosco ricco di belle e brutte sorprese che testimoniano che le idee e la passione, a volte, possono bastare per partorire pellicole accattivanti e di valore.
Senza perderci in chiacchiere, passo a illustrarvi le cinque pellicole a low cost che più mi hanno colpita.

– “Little Miss Sunshine” di Valerie Faris e Jonathan Dayton (2006)
Genere: commedia, drammatico
Budget: 8 milioni di dollari

Ecco, questo è un esempio perfetto di come una commedia possa trattare argomenti delicati come depressione, lutto, dipendenze, insicurezza e suicidio con ironia e simpatia, aggiungendo il giusto tocco di drammaticità ma senza scadere mai nel melò. In “Little Miss Sunshine” c’è il giusto tempo per tutto, lacrime e sorrisi, amarezza e grinta, cinismo e tenerezza.
La storia narra di una sgangherata famiglia composta da un padre esaltato e maniaco del successo, una madre indaffarata ma presente e di supporto, uno zio omosessuale depresso, un nonno con problemi di droga, un figlio patito di Nietzsche che ha fatto voto di silenzio ed una bimba appassionata di concorsi di bellezza. Quando Olive, la piccola, viene ammessa alle finali del concorso Little Miss Sunshine in California, l’intera famiglia partirà per un viaggio che sarà ricco di sorprese e colpi di scena.
Questa irresistibile commedia, che sa toccare le giuste corde arrivando dritta al cuore, fu girata in trenta giorni e fu presentata al Sundance Film Festival priva di grandi difetti. La regia è semplice ma fresca, gli attori lavorano bene e non mancano di intensità e la sceneggiatura è ricca di carattere e ben costruita, tant’è che Il film ricevette quattro nomination ai Premi Oscar, vincendone due: Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Attore Non Protagonista (Alan Arkin). Vinse anche il premio come Miglior Film agli Independent Spirit Awards. Vedere per credere.


– “Lost In Translation” di Sofia Coppola (2003)
Genere: commedia, drammatico
Budget: 4 milioni di dollari

Il critico cinematografico Roger Ebert, Premio Pulitzer nel 1975, assegnò al film in questione quattro stelle su quattro e lo definì il secondo miglior film dell’anno, affermando anche che “è dolce e triste allo stesso tempo e nel contempo sardonico e divertente”. Una gran bella presentazione insomma.
Lost In Translation“, film ideato, sceneggiato, prodotto e diretto da Sofia Coppola, racconta di un incontro particolare avvenuto in un lussuoso grand hotel di Tokyo. Lui star del cinema in declino giunto nell’hotel per girare uno spot per un whisky, lei giovane neolaureata recatasi lì con il marito fotografo che la trascura. Tra i due, col passare del tempo, nasce un’alchimia fatta di intesa, nottate insonni a parlare, sguardi e affetto che rimarrà sempre tra il detto e non detto. Cosa succederà tra i due cuori solitari?
Questa melanconica ma simpatica pellicola ottenne un buon responso dai critici e dal pubblico e fu candidata a quattro Premi Oscar, ossia Miglior Film, Miglior Attore (Bill Murray), Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura Originale, statuetta che si è aggiudicò. L’allora diciannovenne Scarlett Johansson vinse invece un Premio BAFTA come Miglior Attrice Protagonista. Come sempre la regia di Coppola è curata e ricca di un calmo pathos, le immagini sono visivamente soddisfacenti, soprattutto per via della color palette, e le performance attoriali risultano apprezzabili e godibili. Una commedia sentimentale diversa dal solito, in bilico tra umorismo e tristezza.


– “Paranormal Activity” di Oren Peli (2007)
Genere: horror
Budget: 150.000 dollari

Considerato “una boiata pazzesca che non fa neanche paura” dal regista Dario Argento, in quel periodo ben lontano dai fasti di “4 Mosche di Velluto Grigio” (1971) e “Profondo Rosso” (1975) e reduce da film discutibili quali “Il Cartaio” (2004) e “La Terza Madre” (2007), questo film in poche settimane toccò quota 108 milioni di dollari d’incassi. Per il basso budget utilizzato, i due protagonisti furono pagati solo 500 dollari a testa, tuttavia, visto il grande successo ottenuto, Katie e Micah furono in seguito dovutamente ricompensati. Attualmente, questo lungometraggio interamente girato nell’abitazione del regista in soli dieci giorni, l’incasso è pari a 193 milioni di dollari. “Paranormal Activity” fu un vero fenomeno quando uscì nelle sale e, nonostante qualche pecca, rimane ancora oggi un pop-corn horror assolutamente divertente ed inquietante.
Katie e Micah sono una giovane coppia che convive in una bella villetta che però, ben presto, sarà teatro di strani e pericolosi eventi legati al mondo del paranormale. Decidono così di piazzare una videocamera nella loro camera da letto, punto caldo degli avvenimenti, e di filmare cosa succede quando dormono. Il risultato li terrorizzerà.
La trama è davvero basilare ma è ben realizzata e chi (come me) apprezza lo stile del falso documentario rimarrà piacevolmente colpito. Sì, ovviamente non sta parlando di un capolavoro, anzi, ma le interpretazioni sono buone per due giovani dilettanti e l’atmosfera è tesa e ricca di suspance. Questo leggero teen horror, curato da capo a piedi da Oren Peli (che si occupò del soggetto, della regia, della sceneggiatura, della fotografia, del montaggio e della produzione), centra di fatto il punto che si era prefissato, regalandoci un film perfetto per una serata tra amici.


– “Eraserhead” di David Lynch (1977)
Genere: grottesco, horror
Budget: 20.000 dollari

“Ero un pittore. Dipingevo e frequentavo una scuola d’arte. Non ero interessato ai film. Un giorno ero seduto in un enorme studio, davanti a me avevo un dipinto non ancora ultimato, ritraeva un giardino notturno. C’era molto nero, e dall’oscurità emergevano alcune piante verdi. Improvvisamente queste piante iniziarono a muoversi, e fu come se sentissi un alito di vento. “Fantastico”, dissi fra me e me, e fu così che pensai ai film come la via con cui permettere ai dipinti di muoversi” così dichiara David Lynch.
Eraserhead“, il suo primo lungometraggio, fu realizzato nell’arco di ben cinque anni e, nel 2004, fu dichiarato “culturalmente significativo” dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti e fu selezionato per la conservazione dal National Film Registry. Il film in questione, interamente creato da Lynch (che lo ideò, diresse, sceneggiò, montò, produsse e musicò, occupandosi anche degli effetti speciali e della scenografia), parla di Henry Spencer, un tipografo che riceve la notizia di essere diventato padre. Obbligato dai bizzarri genitori di lei a sposare la giovane Mary X, Henry si ritrova ben presto solo con suo figlio, un bambino mostruoso e deforme che piange ininterrottamente, e da quì inizia un onirico e spaventoso viaggio nella paternità indesiderata e nella follia.
Considerato uno dei film più autobiografici del geniale regista statunitense, in quanto i fatti ricalcano in chiave dark la sua prima esperienza da padre, questo prodotto rimane e rimarrà sempre un cult di complicata ma intrigante visione, ricco di significati ed amore per la Settima Arte e la pittura, le immagini infatti toccano i temi delle opere pittoriche del regista risultando dei veri “quadri in movimento”. Pellicola stralunata, visionaria e imperdibile.


– “Pink Flamingos” di John Waters (1972)
Genere: grottesco, commedia
Budget: 12.000 dollari

Considerato il film trash per eccellenza e famoso per la sua amoralità e sfacciataggine, “Pink Flamingos” nasce come uno shock movie che punta a disgustare e turbare lo spettatore. John Waters, regista, sceneggiatore, comico, scrittore, attore e docente statunitense noto per la sua satira pesante e provocatoria verso la cultura americana ed i suoi valori, è il regista di pellicole anche più note come “Cry Baby” (1990) e “La Signora Ammazzatutti” (1994), sicuramente molto meno trash, volgari e dissacranti del film in questione ma pur sempre incentrate sulla caricatura esasperata dell’americano medio. La trama di “Pink Flamingos” è strana quanto disconnessa.
Divine, una nota criminale drag queen, abita in una roulotte insieme al figlio, un pervertito fanatico del sesso, sua madre, una donna obesa ossessionata con le uova ed una sua amica, una voyeur. Essendo Divine e la sua famiglia detentori del titolo “persone più disgustose del mondo” sono preda di una coppia di spacciatori e trafficanti di neonati totalmente fissata con quel primato, tanto da volerlo strappare alla nostra protagonista. Questo è l’inizio di varie situazioni nauseanti, randomiche e stomachevoli che si concluderanno in un bagno di sangue.
Che dire di un film così? Volutamente di cattivo gusto, propone una recitazione inguardabile, una regia aporossimativa e a tratti assente, una fotografia che duole agli occhi tant’è brutta e dialoghi talmente insensati da essere difficili da seguire. Waters è un nome di spicco del cinema indipendente americano degli anni ’70 e questa pellicola, da lui diretta, sceneggiata, ideata, montata e curata nella fotografia, è da prendere così com’è. Adatta solo agli amanti del genere.

All’appello mancano numerosi film, tra cui “Saw l’Enigmista” di James Wan (2004), gustoso film horror creato con 1,2 dollari e girato in soli 18 giorni alla quale, però, ho già dedicato una recensione proprio quà sul blog, “Saw l’Enigmista: il re delle trappole“.
Insomma, il Cinema è un universo talmente vasto che in un modo o nell’altro, attraverso film da cineteca e pellicole di dubbio gusto, non smette mai di stupirci.

~Rebel Rabel

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