Barry Lyndon: quando cinema e pittura si incontrano

Il primo gennaio del 1976 in Italia arriva Barry Lyndon, un’epopea storica dalla durata di 3 ore e 23 minuti tratta dal romanzo settecentesco di William Makepeace Thackeray The luck of Barry Lyndon. Di fiction storiche all’interno del cinema ne abbiamo viste a milioni, ma un dettaglio impossibile da trascurare rende Barry Lyndon una delle più significative, colei che ha fatto scuola a tutte le pellicole del genere venute dopo: la regia di Stanley Kubrick.

Regista che non necessita di presentazioni (per intenderci, colui che ha diretto pellicole come Arancia meccanica, 2001 Odissea nello spazio, Shining e Full metal jacket), Kubrick in Barry Lyndon esprime tutto il suo amore per l’arte, la figura, la perfezione, compiendo una lavoro maniacale, diviso tra cinepresa e riviste di pittura settecentesca. Il risultato è una realistica opera che coniuga tela e pellicola, in cui l’estetica domina l’occhio e l’immagine si fa metafora. Perché più della trama, più della sceneggiatura, più della bravura degli attori è la fotografia a trasformare il Barry Lyndon di Kubrick in pura rivoluzione.

Dalle varie interviste abbiamo potuto conoscere il sistema lavorativo adottato dal regista durante la produzione del film. Kubrick ci dice che “il cinema è la fotografia della fotografia della realtà”, il che sembra un gioco di parole contorto ma pienamente comprensibile non appena si dà una sbirciata al suo Barry Lyndon. Per ottenere questo effetto di “cinema come sguardo ad una copia del vero”, Kubrick decise di girare il film senza utilizzare storyboard, senza riflettere in modo attento ad ogni scena, ma lasciandosi trasportare da idee fulminanti venute sul set o scrutando le miriadi di immagini di quadri settecenteschi che ogni giorno teneva a portata di mano.

L’ispirazione giusta viene in un momento e basta. Non c’è alcuna alchimia alle spalle, la si riconosce e ci si ispira a essa”. I collaboratori di Kubrick, il direttore della fotografia Ken Adam e la costumista Milena Canonero, venivano quindi immersi in questo bagno d’opere d’arte, alle quali era necessario ispirarsi, traendone non solo la bellezza dei colori e gli accenni storici ma la pura essenza della società illuminista. Come vivevano quei personaggi pieni di fiocchi e merletti? Quali erano le loro ambizioni, i loro vizi, le loro ossessioni? Quali colori si figuravano alle loro finestre durante le piogge invernali dell’Inghilterra o le primavere nella brughiera?

Per conoscere tutte queste sfaccettature, perché è tramite imponenti sfaccettature che Barry Lyndon si realizza, Kubrick si limitava a dire “Tira fuori tutti i dipinti”.

Thomas Gainsborough, William Hogarth, George Stubbs, Antoine Watteau, Johann Joseph Zoffany, John Constable e Johann Heinrich Füssli diventano gli scenografi e i direttori della fotografia, le muse ispiratrici di una commemorazione alla grande arte del settecento, diretta dalla mente visionaria di Kubrick. Ryan O’Neal prende le sembianze dei giovani soldati inglesi, in battaglia contro la Francia, e dei conti che passeggiano tra giardini e alta società; Marisa Berenson incarna invece le dame melanconiche e languide, con la pelle del collo incipriata e le parrucche vaporose; entrambi si muovono nei paesaggi del neoclassicismo e del romanticismo, muovendo le labbra, dirette dalle pagine di Thackeray.

Amici cinefili il 90 Special della settimana finisce qui! E’ stato un appuntamento diverso rispetto al solito che spero vi sia piaciuto e vi abbia incuriosito a recuperare il film, in caso non lo aveste mai visto! Vi ricordo di seguirci su Instagram (dove mi trovate come @mymoviesdrugs) e di inscrivervi al blog per non perdere nessun articolo.

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