Parasite, il capolavoro di Bong Joon-ho

Buon giorno amici cinefili e ben venuti in una nuovissima recensione. Oggi parliamo di un film che ha fatto il botto per quanto riguarda le candidature e le vittorie presso i più grandi festival del cinema mondiali. Ricordiamo le sue sei candidature agli Oscar 2020, il premio ai Golden Globe per Bong Joon-ho come miglior regista e il premio della giuria; vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes (primo film sudcoreano ad aggiudicarsi questo riconoscimento).

Parasite agli Oscar è candidato come miglior film, miglior film in lingua straniera, miglior scenografia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e miglior regista per Bong Joon-ho. A me il film è piaciuto veramente tanto e spero che si porti a casa le statuette per miglio film in lingua straniera (dubito che l’Academy consegnerà il premio come miglior film ad una pellicola non hollywoodiana) e per il miglior montaggio. Ma andiamo ad analizare con più accuratezza la pellicola.

Ki-woo è un ragazzo che vive in una famiglia economicamente problematica. La casa dove abita con i suoi genitori, Ki-taek e Chung-sook, e sua sorella Ki-jung è una bettola sotto il livello della strada e tutta la sua famiglia, unita da un forte affetto, fa lavoretti vari per racimolare un po di danaro. Ma l’esistenza dei quattro cambierà totalmente quando Ki-woo, sotto raccomandazione di un amico, riuscirà ad essere assunto come tutor da una famiglia facoltosa.

Il film non permette distrazioni, tanta è la presenza di dettagli, parole e significati metaforici che ne arricchiscono la trama. Un thriller che indaga la psiche umana e le differenze di classe, regalandoci uno spaccato di società tanto attuale quanto surreale, critica velata alla dittatura che oggi vige in Corea del Nord.

La scelta delle ambientazioni diventa il fulcro di tutta la rappresentazione. Vediamo due case completamente diverse: in una vive la famiglia di Ki-woo, stretta, angusta, scomoda, dove i personaggi si muovono a stento per cercare una connessione Internet, affacciata su un strada degradata da cui è possibile vedere quella che è la vita vera, con tutto il suo drammatico odore. Nella casa di Ki-woo entrano insetti, rumori, puzza e istinto di sopravvivenza, un istinto che incattivisce e aguzza l’ingegno.

Nell’altra vediamo la lussuosa casa della famiglia Park, costruita da un famoso architetto e collocata in un quartiere pulito, deserto, silenzioso. Quell’abitazione diventa come un luogo che non appartiene al mondo, nulla vi entra e nulla pare uscirci. I suoi abitanti, quattro come quelli che abitano la casa di Ki-woo, sono tanto ricchi quanto ingenui, creduloni, distratti.

Queste differenze, come il fatto che nella strada periferica pascolino sempre decine di persone mentre nella strada ordinata della famiglia Park non si veda un’anima, ci fanno immediatamente cogliere come due realtà tanto diverse siano totalmente incompatibili, una la rovina dell’altra, non tanto per colpa degli abitanti stessi ma per una mentalità radicata nella società contemporanea, la quale spinge i personaggi a trovare immense differenze anche dove non ce ne sono. In questo scenario, che viene immediatamente da catalogare come ingiusto, si muovono le pedine di un “piano” indefinito che rende impossibile al pubblico scoprire cosa avverrà dopo.

Bong Joo-ho ci regala imprevedibilità. I dialoghi tra i personaggi suonano comuni, spaccati sul quotidiano di una famiglia povera e attiva, ma poi, ad un tratto, quando nessuno se lo aspetta, il film ci trascina in monologhi profondi, impressionanti, che ci lasciano per un attimo attoniti e che richiedono un tempo importante per essere realmente compresi. Questa caratteristica fa sì che il film continui a fluttuare nelle nostre menti anche dopo aver spento lo schermo, porta così a riflettere, a meditare sui suoi tanti significati e a farcelo ricordare come un’esperienza vera e propria.

La regia è impeccabile: Bong Joo-ho fa una lavoro preciso, tagliente, ricco di inquadrature pulite e tese che contribuiscono ad aumentarne il patos. Questo tipo di regia, poco arzigogolata, ma diretta e coincisa, rende il film dinamico e appaga la vista, gratificata anche da una scenografia altrettanto riuscita.

Gli attori erano a me sconosciuti, non essendo un’esperta di cinema corano (che questa pellicola mi ha spinto ad approfondire), ma li ho trovati tutti azzeccati per il ruolo e capaci di regalare interpretazioni vincenti, forti e anch’esse prive di virtuosismi che, probabilmente, sarebbero apparsi fuori contesto in un prodotto tanto carico di pulizia. L’interpretazione che più mi ha colpito è stata quella di Song Kang-ho (Ki-taek).

Un ruolo primario la assume anche la fotografia, la quale gioca su architetture e volumi, metafore importanti all’interno della pellicola. Le ombre, i colori e le inquadrature sono sempre chiare e indagatrici. Il ritmo del film pare scontrarsi proprio con questa eleganza geometrica, evolvendo in un climax di eventi insospettabili e terminando con un’improvvisa “quiete dopo la tempesta” che pare una scelta mirata a far riprendere fiato allo spettatore.

Probabilmente uno dei film più belli visti nel 2019, Parasite merita tutti i premi e le candidature accumulate. Vedremo il 10 febbraio, agli Oscar, cosa riuscirà ad ottenere! Io vi consiglio vivamente di guardare la pellicola prestando attenzione a tutte le particolari caratteristiche che lo rendono un film unico nel suo genere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...