Il cinema e il mostro chiamato Plastica

Ormai da anni, in questo ultimo periodo particolarmente, il tema dell’inquinamento è uno dei pallini fissi della società contemporanea. Tutti parlano di riscaldamento globale, di inquinamento, di effetto serra e di cambiamenti climatici e tutti sanno la stragrande causa di questa disastrosa condizione del pianeta Terra: la costante ed enorme produzione di plastica.

La plastica è un materiale estremamente comodo che ha iniziato a invadere le nostre case agli albori del XX secolo, partendo dall’America per poi arrivare in Germania e diffondersi in tutta Europa. La plastica, come ho detto, è molto comoda, avendo un costo ormai molto limitato ed essendo capace di sostituire molti altri materiali. Ma tutto ciò che è così magicamente favorevole alla vita quotidiana dell’uomo, un po come Netflix e la sua manipolatoria strategia di farci disdire l’abbonamento in palestra, ha anche un lato, molto più imponente di quello favorevole, nocivo e disastroso. La plastica è comoda, leggera, versatile ma proviene anche da fonti non rinnovabili che implicano l’intervento massiccio dell’uomo, come l’estrazione del petrolio dal sottosuolo, azione che distrugge paesaggi ed ecosistemi. Questo passaggio iniziale sembra già la trama di un film apocalittico, ma il peggio deve ancora venire. Dopo aver estratto il petrolio, la sostanza nera e appiccicosa viene trasportata da navi, le famose petroliere, meglio conosciute come i mostri che hanno ucciso la mamma della Gabbianella ne La gabbianella e il gatto e disastrato la nostra infanzia, per giungere nelle varie industrie pronte a raffinarlo e a trasformarlo in questa strabiliante opera: la plastica.

All’uomo questa invenzione piace da morire (letteralmente) e ne consuma tonnellate ogni anno. Confezioni usa e getta, utensili destinati a rompersi, sacchetti e oggettini vari: tutta plastica di cui amiamo liberarci… ma dove va? Una piccolissima parte viene riciclata (circa il 9 %), un’altra parte viene smaltita negli inceneritori ma la stragrande maggioranza viene gettata in natura. Ecco, questa è la scena clou del nostro film dell’orrore. L’uomo pare giocare a nascondere questa piaga in ogni angolo del pianeta per poi far giocare animali e popolazioni intere alla caccia al tesoro. La spazzatura viene sotterrata e questo genera la dispersione nel terreno di sostanze tossiche che avvelenano il nostro cibo e provocano malattie; ma la più grande conseguenza di questa inconsapevole dispersione delle plastiche è la distruzione dell’ecosistema marino. Nell’oceano vengono disperse immense quantità di plastica che vanno ad uccidere pesci, mammiferi e uccelli, i quali scambiano buste per cibo e incastrano i loro corpi in imballaggi. Ma non sono queste le cause più orribili della progressiva corrosione dell’ecosistema marino: molti scienziati e biologi hanno decretato l’esistenza di microplastiche, ovvero piccolissime particelle di plastica derivate dallo smembramento di oggetti più grandi, le quali vengono ingerite dagli animali provocandone il soffocamento e sporcano il mare, producendo una patina che impedisce ai raggi del sole di filtrare attraverso l’acqua e far crescere la flora del mare. La situazione è talmente estrema che in alcune parti dell’oceano si sono andate a formare delle vere e proprie isole di plastica che contaminano in modo terribilmente invasivo l’ecosistema marino. La più grande viene chiamata “Pacific Trash Vortex”. Si trova nell’oceano Pacifico ed è costituita da plastiche, metalli leggeri e sostanze organiche in decomposizione, fino a raggiungere un estensione di minimo 700.000 km² e un massimo di 10 milioni di km², per un totale di 3 milioni di tonnellate di rifiuti accumulati. La Pacific Trash Vortex, la quale si sposta seguendo le correnti del mare, è decisamente più spaventosa di Alien, di Jack lo squartatore, di Freddy Krueger  e di qualsiasi altro mostro protagonista delle nostre saghe horror preferite.

Ma il cinema, oltre a farci fare un temibile paragone tra personaggi spaventosi fittizi e calamità reali, che ruolo ha in tutto questo? L’industria cinematografica ha mai fatto qualcosa per combattere l’inquinamento?

La risposta è SI, ma, come in qualsiasi settore si voglia analizzare, il suo contributo non è abbastanza grande. Tutta l’industria cinematografica, in qualche modo, ruota intorno alla plastica. Di cosa credete siano fatti gli strumenti tecnici usati su un set? Ma, come ho detto, anche il nostro amatissimo cinema si è attivato per combattere contro questo uso spropositato delle plastiche. Moltissimi colossi hanno detto NO all’uso della plastica all’interno della produzione di film e serie televisive, mostrando tutta la loro indignazione all’interno delle varie fiere del cinema tenutesi in tutto il mondo. Anche l’Italia pare muoversi in favore della grande Causa, presentando alla fiera del cinema di Roma tenutasi quest’anno la campagna “Humans save the sea” basata sulla promozione della teoria plastic free, pronta ad eliminare ogni attrezzo usa e getta all’interno della loro filiera.  La prima iniziativa della campagna sarà un concorso fra gli studenti delle scuole per la produzione di uno spot per la salvaguardia del mare. Il migliore sarà proiettato nelle sale cinematografiche italiane. Campagne simili si sono viste anche in altre parti del mondo ma a penare paiono essere gli USA, ad oggi il territorio che fa più uso di plastica al mondo.

Sappiamo l’atteggiamento che Trump, attuale presidente degli Stati Uniti, ha nei confronti dei cambiamenti climatici (ovvero totale negazione e ignoranza del problema), il quale contagia la mente della popolazione con i suoi discorsi incitatori e viene contagiato dal concetto base della vita economica e sociale americana, ovvero il consumismo. La Grande Mela sta marcendo proprio a causa della sua voglia di crescere, di sfruttare il mondo per scopi puramente economici a cui le campagne plastic free fanno solo da intralcio.

Ma l’America è anche il paese in cui l’industria cinematografica ha più potere d’azione e sono innumerevoli le prese di posizione da lei attuate. Si può dire che il grande potere del cinema è quello di smuovere l’opinione pubblica e quello che il cinema americano ha fatto è stato proprio quello di produrre un’immensa quantità di documentari a sfondo ecologico che trattano proprio questi temi. Il documentario che mi sento di consigliarvi con più impellenza è Before the Flood- Punto di non ritorno. Il documentario è stato diretto da Fisher Stevens ed è uscito nelle sale degli Stati Uniti nel 2016, appena dopo l’Accordo di Parigi. Protagonista dell’opera, oltre al nostro pianeta Terra, è Leonardo di Caprio, attore che non necessita di presentazioni che, oltre ad essere un grande interprete, è anche un noto attivista, ambientalista e animalista. In sua compagnia, il pubblico ha la possibilità di fare un giro in molte parti del mondo, principalmente in quelle dove il tema dell’inquinamento e del riscaldamento globale è più sentito, come Cina, India, Groenlandia e Canada, per sentire le opinioni di scienziati, economisti, imprenditori e cittadini sull’argomento. Il documentario non solo mostra in quali condizioni è il nostro pianeta, ma fa un’attenta analisi socio-politica indagando sul perché le grandi potenze mondiali si muovono così lentamente quando si parla di risorse rinnovabili, diminuzione dell’uso della plastica e cambiamenti climatici. Il documentario è stato girato e prodotto tramite mezzi il più possibile eco-sostenibili, bandendo dal set prodotti usa e getta. Lo stesso Leonardo di Caprio ha scelto di donare milioni di dollari per la tutela dell’ambiente.

“Fare The Revenant ha significato lavorare sul rapporto fra l’uomo e il mondo naturale. Un mondo nel quale il 2015 è stato registrato come l’anno più caldo della storia. La nostra produzione ha dovuto spingersi fino all’estremità sud del Pianeta per trovare la neve. Il cambiamento climatico è reale, sta succedendo in questo momento. È la minaccia più urgente per tutta la nostra specie e abbiamo bisogno di lavorare collettivamente insieme smettendo di procrastinare. Dobbiamo sostenere i leader di tutto il mondo affinché non si facciano portavoce dei grandi inquinatori, ma parlino per tutta l’umanità, per le popolazioni indigene di tutto il mondo, per miliardi e miliardi di persone svantaggiate là fuori che sarebbero maggiormente colpite da questo. Per i figli dei nostri figli e per quelle persone là fuori la cui voce è stata soffocata dalla politica dell’avidità. Cerchiamo di non dare per scontato questo Pianeta, così come io non davo per scontata questa serata. Grazie mille”.

Altri documentari del genere hanno incominciato a spuntare fuori e Netflix ne è un grande distributore. Nel 2016 è uscito A plastic ocean, ora disponibile sulla piattaforma. Diretto da Craig Leeson, un giornalista e ambientalista australiano, il documentario tratta proprio l’impatto dell’inquinamento della plastica sui mari. Il progetto era partito nel 2011 come uno studio per un documentario sulle balenottere azzurre, ma Leeson si è ritrovato a navigare in un “oceano di plastica” insieme a tutto il team di scienziati e tecnici. Foto e filmati all’interno del documentario e sul web mostrano le balenottere nuotare intorno all’imbarcazione di Leeson in un mare di immondizia. La ricercatrice esperta di cetacei Lindsay Porter spiega come gli animali per nutrirsi aprano la bocca e facciano entrare al suo interno più acqua possibile per assumere krill, ma così facendo, oltre ad acqua sporca e microorganismi, ingeriscono anche rifiuti che ne causano il soffocamento e la morte. Il documentario mostra lo studio del team in molte zone dell’oceano e la conclusione è che nessuna parte di mare, per quanto incontaminata possa sembrare, si salva dal terribile fenomeno.

Oltre a documentari e docu-film, sono stati prodotti anche moltissimi cortometraggi sull’argomento , presentati in tutte le mostre del cinema del mondo e negli eventi più importanti che riguardano il settore. Anche l’animazione pare voler aggiungersi alla Causa, producendo pellicole che educhino i bambini alla raccolta differenziata e al rispetto verso l’ambiente. Un esempio, se pur piccolo, è proprio La gabbianella e il gatto, uscito ormai nel lontano 1998, dove vengono promossi i concetti di inclusione e la sensibilizzazione alla protezione dell’ambiente.

Il cinema ha la possibilità di informare, di educare, di sensibilizzare le persone su vari temi (il razzismo, l’inclusione, la tolleranza, l’accettazione, il rispetto per l’ambiente) ma è DOVERE del pubblico apprendere ed assimilare il più possibili le informazioni, muovendosi per modificare la situazione attuale del pianeta. L’opinione pubblica è sempre stata al centro delle grandi rivoluzioni che hanno smosso, modificato e migliorato la Terra e la società. Il cambiamento climatico e l’inquinamento non sono cause meno importanti per cui combattere, per cui lottare al fine di far svegliare potenze ed istituzioni capaci di rendere il mondo un posto migliore. So che sembra una frase fatta, forse lo è, ma rappresenta anche un barlume di speranza. La via d’uscita c’è, la soluzione esiste, ma stiamo per perdere l’occasione di cogliere l’ultima opportunità che il pianeta ci sta donando. Svegliatevi, svegliamoli, svegliamoci. Il cambiamento è possibile, basta solo aprire gli occhi e prestare attenzione alle nostre azioni, come facciamo quando stiamo guardando la scena clou del nostro film preferito.

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