American Animals: who wants to be ordinary?


Lexington, Kentucky, 2003.
Alla biblioteca della Transylvania University sono esposti rarissimi e pregiati libri antichi, tra cui la raccolta di dipinti del naturalista e pittore John James Audubon.
Spencer Reinhard, giovane e talentuoso artista in attesa di un evento che possa cambiargli la vita, nota le opere e viene travolto da un pensiero estremo quanto disperato: fare una rapina e trafugare gli scritti.
Quando accenna l’idea al suo migliore amico, Warren Lipka, la faccenda esplode, passando da fantasia a realtà in un batter d’occhio.
In questo film, elettrizzante ibrido di documentario e finzione, possiamo osservare la nascita e la realizzazione di uno dei colpi più ingenui e azzardati della storia, soprendente anche perché compiuto da quattro bravi ragazzi in cerca di uno scopo, di vita, di emozioni.
Quattro anime perse alla ricerca estrema di un posto nel mondo.

Raramente vi capiterà sottomano una pellicola così accattivante, fresca e anticonformista.
Bart Layton, regista, produttore e sceneggiatore inglese di documentari per il cinema e la televisione con alle spalle il documentario “L’Impostore – The Imposter” del 2012, dirige ottimamente questo film, il suo primo, raccontandoci una vicenda surreale ma al contempo estremamente reale e riuscendo ad amalgamare alla perfezione lo stampo documentarisco allo stile cinematografico. Sì, perché in questo “American Animals” possiamo sentire direttamente dalla voce dei protagonisti di questa storia come sono andati i fatti, i momenti di recitazione e finzione sono infatti alternati ad interviste ai veri personaggi, i quattro ragazzi, e a chi suo malgrado ha fatto parte della situazione.

La colonna sonora coinvolgente e d’impatto (la canzone che si sente nei titoli di coda è “Crucify your mind” di Sixto Rodriguez, artista che ho trattato nel mio articolo “Ritratti su pellicola: i biopic da recuperare“), le interpretazioni convincenti e genuine del cast, il montaggio estremamente adrenalinico e ritmato, i dialoghi ben scritti, la regia moderna e vibrante e l’atmosfera in costante bilico tra il goliardico e il tragico sono gli ingredienti per una riuscitissima pellicola che scorre senza annoiare mai, conquistando lo spettatore fin dalle prime inquadrature, fin dai titoli di testa, già accattivanti ed interessanti.
Con la sua spumeggiante grinta e il suo ritmo serrato, il film sa raccontare al meglio questa incredibile vicenda, mostrandoci da vicino le vite di queste insospettabili persone e delle loro famiglie, permettendoci così di entrare al meglio nel vivo della storia e di empatizzare con i personaggi che la abitano. Il risultato è un’opera accurata, sensibile, divertente, mai banale e molto scorrevole, un documentario del tutto fuori dal comune che si serve del cinema per narrare con più intimità i fatti.
È davvero complicato trovare delle pecche al film in questione, la sua spontaneità e la sua umanità catturano da subito il cuore e la parte estetica è davvero piacevole, molto giovane e ricca di soluzioni surreali e particolari.
Non manca lo stimolo a riflettere su quanto la mancanza di prospettive, l’insoddisfazione e la voglia di ribellarsi possano quasi costringere l’individuo a cercare affermazione ed emozioni in gesti pericolosi ed estremi che possono rovinare un’intera vita, ma la riflessione che il film velatamente propone è: meglio sopravvivere senza rischiare o rischiare e vivere?

~Rebel Rabel

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