BLADE RUNNER – QUELL’INSPIEGABILE VOGLIA DI VIVERE

bladerunner.jpgVorrei iniziare questa riflessione ringraziando l’amico umano Cinesblog che mi ha dato la posibilità di unirmi al suo splendido blog e di scrivere per esso.
Grazie infinite, mi hai fatto felice con questo gesto bellissimo.

Veniamo dunque a noi.

Non sono certo qui per introdurre il capolavoro diretto da Ridley Scott del 1982; se non l’avete visto siete all’oscuro di quanto l’arte cinematografica possa, attraverso un racconto in movimento, realmente educare ed aprire la mente; ed in generale non avete goduto il panorama di una delle vette sacre più alte mai raggiunte a memoria di cinefilo.
Semplicemente, guardatelo e lasciate che vi faccia innamorare.
L’amore per la vita. La voglia di vivere. Il diritto di vivere. Potrebbero essere queste le fiamme che almentano il cuore ardente e pulsante dell’opera?
Era la sera del 19 Aprile di quest’anno; un felicissimo me stesso accompagnato da amici che assomigliano però a fratelli e sorelle usciva dal cinema Astra di Lucca, dopo la proiezione di Blade Runner- The Final Cut, presentata nientemeno che dal buon Rutger Hauer, del quale ricordo con placido orgoglio gli occhi azzurri scintillanti, occhi che non si dimenticano, in grado di leggere dentro l’anima delle cose.
Ricordo di quanto fossimo assorti a discutere del film nonostante per nessuno di noi fosse la prima visione, mentre dalle graziose stradine del borgo toscano facevano sporadicamente capolino gruppetti di persone nelle nostre medesime condizioni. Erano immediatamente riconoscibili perchè camminavano in preda ad una strana frenesia dettata dall’argomento della conversazione: Rutger Hauer, Blade Runner, unicorno, replicanti; queste parole si mescolavano in ordine sparso e mutevole nella primaverile brezza notturna di quella notte.
Ed è stato in tale contesto che, come nel più classico dei cartoni animati, una lampadina si è accesa sopra la mia testa, suggeredomi finalmente una delle infinite chiavi di lettura per quel diavolo di film che non mi stancherà mai.
Mi sono fermato a riflerrere.
Subito lascio scorrere dentro di me alcuni momenti topici: la mia mente sognatrice di una libertà di cui non sono degno corre immediatamente alla scena in cui Roy Batty si concede follemente alla pioggia scrosciante, finalmente vivo ma destinato alla morte; ma lo lascio sulla soglia dei ricordi, o meglio ce lo spingo a forza.

Rivivo invece il momento intimo tra Rick Deckard e l’androide Rachel, all’interno di una stanza illuminata da vacui riflessi esterni, dove tra ricordi falsi e identità più umane dell’umano, i confini tra organico e non si assottigliano pericolosamente.

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Ma torna immediatamente Roy Batty, d’altronde non potevo trattenerlo a lungo, non è un tipo che si accontenta certo di un misero angolo di pensiero. Lo ricordo in preda alla disperazione uccidere il proprio creatore e poi contemplare impotente il cadavere dell’amata Pris, rassegnato all’idea di aver perso anche quella pazza scintilla amorosa concessa ai più folli, coloro che la vita la vivono davvero.
Roy non è un folle, ma si comporta da tale; completamente inebriato dalla scintilla della vita e della scoperta delle emozioni riservate a chi possiede un’anima. Lui non ce l’ha, è solo un androide che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, ma che per lui non sono altro che dati da registrare senza alcun valore emotivo.
Eppure ama, soffre e gioisce come se un anima ce l’avesse. Ricorda le navi di combattimento in fiamme a largo dei bastioni di Orione come le ricorderebbe solamente qualcuno che le abbia osservate davvero, con terribile meraviglia.
Ma allora viene da chiedersi cosa sia l’anima. O chi l’abbia creata.
L’essere umano come può definisi tale? Cosa distingue umano da androide? Non è più possibile distinguere solo carne e metallo ed affermmare che uno sia umano e l’altro no. Esiste qualcos’altro, una presenza, una manifestazione di qualcosa. La prova dell’esistenza di Dio? La prova della sua invece assenza? In fondo i replicanti sono stati creati dall’uomo, che quindi si è sostituito a Dio nella crezione della vita. Ma se l’uomo ha creato loro e la loro anima chi ha creato l’uomo? Siamo davvero umani? Siamo androidi?
Non ho ancora trovato una risposta certa alle domande che sono sorte dentro di me, ma una cosa forse sono riuscito ad estrapolare; la risposta riguardo al questito di chi ha diritto alla vita. Nata dalla carne o dal metallo, organica o artificiale, dal momento in cui la nostra coscienza diviene consapevole di esistere, si acquisisce il diritto alla vita, così come il dovere di rispettarlo e farlo rispettare.

Kinship.jpg
Mi sono poi chiesto se Roy Batty abbia realizzato proprio questo nel momento in cui decide di afferrare la mano di Rick Deckard salvando appunto la sua vita, per poi proclamare sotto la pioggia un inno ad essa in punto di morte.
Chissà se ho pensato la stessa cosa di un personaggio meraviglioso, interpetato da un interprete leggendario.
Magari sono solo presuntuoso.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Alessandro Picciau ha detto:

    Ottimo articolo! sono domande filosofiche che mi pongo anche. HO scritto anche una tesi sull’argomento!! Complimenti!!

    "Mi piace"

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