Much Loved: lo shock movie vietato in Marocco.


Asciutto, diretto, sfrontato, spietato.
Much Loved è tutto questo e anche di più.
Questa pellicola del 2015, che è un inno al desiderio di libertà ma anche alla disperazione e all’abbandono, ci porta nelle viscere di un Marocco ipocrita, violento e misogino, che sfrutta senza riserve proprio ciò che aspramente critica.
Presentato al Festival di Cannes 2015 e vietato in Marocco, questo film sa come smuovere le coscienze, mostrandoci la verità così com’è, senza filtri.

Questa è la storia di quattro ragazze marocchine.
Tutte hanno la propria vita, i propri problemi, i propri sogni, ma hanno in comune una cosa: si prostituiscono. E se già in Occidente la cosa può non essere semplice e apprezzata, in Oriente è totalmente disprezzata e giudicata, persino negata, ma non abbastanza per non usufruirne.
Tra festini a base di droga, alcool, umiliazioni e solitudine, le ragazze cercano di guadagnarsi da vivere e di aiutare i loro cari, di campare dignitosamente e di costruirsi un futuro. Perennemente in bilico tra occidentalizzazione e tradizione, le vedremo scontrarsi con una società omertosa quanto violenta che le relegherà al mero ruolo di “oggetto”, negando loro non solo l’amore e l’affetto, ma anche la possibilità di cambiare il loro destino.
Una cronaca intensa e senza peli sulla lingua che mira a raccontare senza ipocrisie la realtà del mercato del sesso marocchino, catapultandoci in questo mondo nascosto e nella quotidianità di chi lo vive.

“Ho raccontato prostitute guerriere e non vittime e forse questo ha dato fastidio”. Così dichiara Nabil Ayouch, regista franco-marocchino che, dall’uscita del film che lui stesso ha scritto e prodotto oltre che diretto, è costretto a vivere sotto scorta dopo aver ricevuto pesanti minacce di morte dai gruppi salafiti. Anche le stesse attrici sono state minacciate in quanto, secondo il Ministero delle Comunicazioni marocchino, “il film è un grave oltraggio ai valori morali delle donne marocchine, una evidente violazione dell’immagine del regno“. Sì, perché sfruttare i corpi di donne disperate come fossero oggetti è accettato, svelare al mondo tutto ciò invece no.
Ma il film non è davvero una mancanza di rispetto alle donne marocchine, anzi.
Grazie ad una regia molto diretta, fredda ma sensibile, le immagini sono sì dure e d’impatto ma puramente e palesemente a scopo di denuncia, non sono infatti voyeristiche o lascive e non oggettificano la donna. La fotografia è semplice e nuda, senza ricami o fronzoli risulta anch’essa al servizio della verità. La quasi assenza della soundtrack, che si manifesta solo per enfatizzare il picco di drammaticità di una situazione, è complice nel rendere questo film quasi “documentaristico”, vero, genuino; le performance attoriali sono molto naturali e informali ma convincenti, il cast è inedito ed è composto interamente da autoctoni, il che è un’ottima scelta per un film di questo tipo.
Insomma, ci troviamo davanti ad un’opera interessante, ruvida, e con tutte le carte in regola per portare avanti le sue cause: la lotta all’oppressione della donna e il voler mettere a nudo certe realtà.
In una società nella quale si tende sempre a iper-sessualizzare la donna per poi consumarla, giudicarla e gettarla via, pellicole come queste sono di estrema importanza, in quanto vanno oltre alla semplice apparenza e ai luoghi comuni e ci raccontano il perché di scelte di vita così estreme. Vendere il proprio corpo per necessità finanziarie, in un ambiente nella quale non si è neanche lontanamente rispettate, non può essere una scelta voluta e questo film ce ne parla a cuore aperto, facendoci conoscere le donne dietro alle seduttrici, gli esseri umani dietro alle donne.

Un’opera poco chiacchierata ma che vale la pena di essere vista, un tributo alla libertà d’espressione e alla libertà di essere Donne.

~Rebel Rabel

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