Easy Rider: ieri come oggi “born to be wild”.


Nel 1998 l’American Film Institute inserì questa pellicola all’ottantottesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, dieci anni dopo salì, però, all’ottantaquattresimo posto.
Abbiamo per le mani un cult cinematografico di prim’ordine, una di quelle opere che ha avuto il potere di rivoluzionare il modo di fare e concepire il cinema e che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo, tanto che per moltissimi critici questo film è il simbolo della Nuova Hollywood.

Stiamo parlando di Easy Rider, film del 1969 che, con la regia di Dennis Hopper, vede come protagonisti lo stesso Hopper, Peter Fonda e Jack Nickolson, tre artisti estrosi, anticonformisti e ribelli come l’opera in questione.

Gioventù, droghe, amicizia, sogni, moto, libertà, l’America: questi sono gli ingredienti di un racconto allucinato, specchio della ribellione dei roventi anni ’60.

Questo film è un viaggio dentro e fuori i protagonisti che lo abitano, un road movie lento ed esasperato che ci porta nelle viscere di un’America bigotta e giudicante, che non stima chi canta fuori dal coro e che tarpa le ali ai giovani “capelloni” affamati di libertà.
Più che una semplice visione, questo film propone un’esperienza.
I dialoghi sono per lo più improvvisati, la sceneggiatura è stata scritta man mano che il film procedeva, la droga fumata sul set secondo le leggende è vera e la regia è perennemente stralunata, satura di immagini vaste e selvatiche si avvale di un montaggio surreale che aggiunge un notevole tocco visionario a questo trip hippie.
La trama è semplice, quasi banale, e la recitazione è ridotta all’osso, sono la realizzazione ed il messaggio che il film grida a donare un grande valore a quest’opera.

Libertà assoluta, rivoluzione.
Mai al cinema, prima di Easy Rider, si erano visti film così espliciti e caldi, con prostitute, nudità e cimiteri, droghe, allucinazioni. Insomma, Dennis Hopper volle colorare fuori dai bordi dirigendo e scrivendo (insieme a Fonda) questa acida fiaba on the road, che vuole sì sconvolgere la società chiusa e limitativa del tempo, ma anche incendiare le coscienze della gioventù.

Al giorno d’oggi la visione appare molto più “soft”, persino prolissa, rispetto agli anni ’60 in quanto il cinema alla quale siamo abituati è molto più sfacciato e violento, non ci si deve aspettare quindi chissà quale sconvolgimento.

Il film, però, non è invecchiato male e possiede ancora una sua carica onirica e magnetica, rimanendo una potente fotografia del tempo, testimone di una società sull’orlo del cambiamento.
Una pellicola sperimentale, coraggiosa, rivoluzionaria, particolare, innovativa e decisamente fondamentale per ogni cinefilo che si rispetti, un pilastro del cinema.

A suo modo “datato” ma immancabile.

~Rebel Rabel

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